Cuoio in Diretta

Il sogno del figlio delle Cerbaie, Indro Montanelli

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di Riccardo Cardellicchio

Villa Bassi le Vedute

E’ ancora bella, nonostante l’età, villa Bassi, il giardino dei ciliegi, la casa dei ricordi di Indro Montanelli. Arrivati al quadrivio della località Vedute (Fucecchio), sulla provinciale Romana Lucchese, la s’intravede tra gli alberi, a destra, andando verso l’autostrada Firenze-Mare. E’ anche la casa del sogno ricorrente di Indro, del gran rimpianto. Il sogno che non ha saputo tramutare in racconto sulla carta, per tenerlo nel cuore leso dal rimorso, ma che da qualche anno andava accennando a voce agli amici. Il sogno che ha dato origine, nel 1986, alla Fondazione Montanelli Bassi, una sorta di riparazione.

Un sogno che, in occasione della festa per i suoi novant’anni (aprile del 1999), volle raccontare anche ai fucecchiesi, nell’abbazia di San Salvatore, posta sul Poggio Salamartano. Si vede vecchio sulla via del ritorno a Fucecchio. Si vede che attraversa il ponte mediceo, a Ponte a Cappiano, e sale il colle delle Cerbaie. Arriva al quadrivio delle Vedute, piega a destra, cammina per cento passi e si trova davanti a un cancello. Il cancello è chiuso. Oltre il cancello c’è un bel viale e, in fondo, si vede l’ingresso di una villa. Suona. E attende. Poco dopo arriva un uomo e, si accorge subito, che è lui, l’altro se stesso, solo che è male in arnese. Il volto devastato dalle rughe, lo sguardo stanco, gli occhi celesti spenti. “Cosa vuoi?”, gli chiede. “Vorrei entrare”, risponde Montanelli. L’altro lo guarda duro. E dice: “No, tu non puoi entrare. Tu sei andato via, hai avuto una vita movimentata, bella. Successo. Viaggi. Soddisfazioni. Donne. Qui sono rimasto io. Guarda la mia faccia, guarda le rughe che ho. Sono le rughe della villa, quella villa che il tempo ha logorato. Non vedi più il roseto curato da ‘nonna’ Ida. La villa, ormai, è l’emblema di un mondo che non esiste più. Ma io non li ho mai traditi, né la casa né il suo mondo. Torna pure via. Qui non puoi stare. Questo è il mio regno”. E Indro se ne va, il cuore in subbuglio, sopraffatto dal rimpianto per avere tradito il suo passato. Consapevole che avrebbe dovuto scegliere quel mondo, il giardino dei ciliegi, la casa dei ricordi, i ricordi che diventano sempre più importanti a mano a mano che s’invecchia. Ci s’accorge che, più passa il tempo, più si ha bisogno di tenersi saldi alle radici, àncore nel dipanarsi dei giorni, dei mesi, degli anni. Ha poco più di un anno quando Indro arriva in calesse a villa Bassi, insieme al babbo Sestilio, che dà ripetizioni di latino e greco a Francesco, figlio di Emilio, allora sindaco di Fucecchio, e mamma Maddalena (Nena). E’ l’inizio di una grande amicizia. Ogni estate, fino ad autunno inoltrato, Maddalena e Sestilio accompagnano il loro bambino a villa Bassi. Il quale si affeziona a Emilio e sua moglie Ida, al punto di considerarli e chiamarli nonni. E nonni rimarranno per sempre.

La villa Bassi incanta il figlio del professore, la vita della campagna incanta il figlio del professore: si sente mezzadro e guardacaccia e cacciatore e guardaboschi e osservatore attento del susseguirsi delle stagioni. Villa Bassi è il “salotto bono”, che nonna Ida apre – con il tè nel pomeriggio – a Ferdinando Martini e Renato Fucini. Indro si muove in questo mare di boschi (pini e querce e cerri e lecci) come se fosse in una favola. E a chi gli chiede come si chiama risponde con orgoglio: “Mi chiamo Indro”. Solo da grande saprà il perché di questo nome strano, e ne parlerà con divertimento: “Le ragioni per cui, al fonte battesimale, mi fu impartito questo nome, sono assai complesse e hanno un contenuto politico e sociale. Dovete sapere che Fucecchio, mia patria, è un paese di Valdarno, sito a mezza strada fra Pisa e Firenze. E’ un paese abbastanza antico”. Negli anni che precedono la nascita di Indro, gli odi di fazione tra insuesi e ingiuesi sono al colmo. Gl’ingiuesi hanno le scuole elementari e tecniche, il teatro, i negozi migliori, quasi per intero il mercato settimanale, due delle tre farmacie. Per in su sono rimaste poche cose, soprattutto le cose antiche, vecchie. La guerra tra le due fazioni scoppia ogni anno, d’estate. E’ una specie di bubbone, un palio paesano che si chiama “la battaglia degl’insuesi e degl’ingiuesi”. Teatro: le scarelle. 143 scalini che portano dalla via di Sottopoggio al Poggio Salamartano. Roba da schiantare cuori e milze. Si svolge a base “di uova fradice, fatte infracidire per l’occasione dalle due parti”. I capitani ne hanno fatta incetta nella campagna un mese e anche due mesi prima dello scontro. “L’esercito ingiuese era un esercito, come oggi si direbbe, di leva, un esercito napoleonico o nazionale, ogni cittadino un soldato. L’esercito insuese era un esercito di mestiere, di professionisti o mercenari, pochi, allenati tutto l’anno per la bisogna, a spese dei signori insuesi che nella battaglia vedevano impegnato il loro prestigio”. In questa situazione, s’inseriscono l’amore tra Maddalena e Sestilio e la scelta del nome Indro. Racconta, Montanelli: “Il matrimonio fra mia madre, insuese, e mio padre, ingiuese, fu uno dei grossi affari della Fucecchio d’anteguerra. Mia madre apparteneva alla famiglia Doddoli. Il palazzo, che era il più fastoso di tutta Fucecchio, era stato comprato da mio nonno Alessandro, che vi teneva un banco per la mercatura all’ingrosso dei cotoni. Mio padre era ingiuese, figlio di Raffaello, che aveva un forno. Mia nonna Rosmunda Doddoli era assolutamente contraria a un matrimonio d’amore tra la quintogenita Maddalena e il professor Sestilio Montanelli. Decisa l’unione, questi, allora insegnante alle scuole tecniche del paese, si portò la moglie per in giù, in una villetta con giardino. Poco dopo mia madre rimase incinta. Subito Rosmunda calò dal poggio a riprendersi la figliola perché l’erede nascesse per in su. Infatti nacqui per in su il 22 aprile 1909. Ma poco dopo, essendosi Rosmunda ammalata, mio padre venne a riprendersi la consorte e la prole e, per vendicarsi, si mise con ostinazione a cercare per me un nome che non fosse né nella famiglia né nel calendario. Lo trovò”. Scorrono le immagini del “video” realizzato dalla Fondazione per i novant’anni. C’è un Indro in forma, ma consapevole di essere arrivato a un’età che non può guardare al futuro, ma solo al passato, ignorando il presente. Uno che chiede perdono a Fucecchio per averlo trascurato. E insiste sull’importanza della Fondazione, su quella proposta arrivata – negli anni Ottanta - da Piero Malvolti, il grande amico scomparso, di fare una Fondazione a favore di Fucecchio, della sua storia, del suo patrimonio culturale e naturale, e subito accettata. Sede: un luogo d’incanto, il Palazzo Della Volta, che fu dei suoi avi. Un luogo che è biblioteca (con tutti i libri e gli articoli di Indro), ma anche museo con i documenti, i ritratti, le sculture, i riconoscimenti ottenuti da Indro. Una Fondazione ora guidata dal figlio di Piero, Alberto, storico apprezzato, che ha accentuato l’impegno nel recupero del patrimonio culturale e naturale di Fucecchio. Grazie anche a una cospicua donazione decisa da Montanelli nell’aprile scorso. Una somma vincolata all’acquisto di beni immobili, capaci di garantire una rendita adeguata a coprire le esigenze di bilancio per un tempo indeterminato.

Il patrimonio culturale e naturale era sempre in cima ai pensieri di Indro. E ne parlava, inalberandosi: “Meno male che le Cerbaie sono rimaste intatte. Peccato il Padule. Razza di cretini, perché mi avete distrutto il Padule? Uno dei più bei paesaggi della Toscana… E’ un’offesa”. La voce gli viene meno, durante la cerimonia. Il “video” non dice bugie. Ci sono momenti di vera commozione. Davanti a tutti quei fucecchiesi, dice: “Non merito tutto questo”. E poi: “Tutto quello che sono diventato lo devo a Milano, ma ciò che sono lo devo a Fucecchio: il mio carattere, il mio temperamento, la mia visione delle cose, il mio senso della misura. Fucecchio l’ho nell’animo, nel sangue. Per il riposo eterno tornerò tra voi. E chissà che qualcuno non porti un fiorellino sulla mia tomba, in quella cappella modesta nel cimitero di Fucecchio, dove da tempo sono sepolti i miei genitori. Sarò anche da morto un fucecchiese”. Fucecchio lo ha accolto con calore. Per terminare il sogno.

Ultima modifica il Giovedì, 27 Ottobre 2016 20:50

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