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Centro tori, dipendenti: "Accordi traditi" - Foto

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centro-tori-la-serra 1La prospettive future dei lavoratori della Inseme si fanno sempre meno rosee. Scardinata ogni possibilità di salvare il centro tori di La Serra dalla chiusura, agli ultimi sei dipendenti non rimane che aggrapparsi ad una speranza: essere ricollocati nelle sedi sparse al nord Italia.

Si tratta di un'eventualità remota, i delegati aziendali hanno le idee chiare sul contenimento dei costi. La loro promessa è stata quella di valutare la questione in un consiglio di amministrazione che si terrà lunedì 9 novembre. Il problema, però, è che già da martedì 3 sarà avviata la procedura di trasferimento dei circa cento tori di La Serra verso le sedi di Modena, Zorlesco e Bibbiano.
La situazione dei lavoratori
"Se ci portano via i tori prima di aver deciso sul nostro ricollocamento, è finita – dicono i dipendenti –. Stiamo facendo dei presidi sugli animali e sul materiale in magazzino, ma senza entrambi non avremo più un margine di trattativa. Abbiamo anche proposto di portarci via solo il 30% dei tori, compresi quelli migliori. Ma non hanno accettato compromessi. Adesso dobbiamo pure valutare come comportarci da martedì prossimo, perché non vorremmo che questa occupazione comporti problemi legali".
La chiusura della stalla di La Serra è prevista a fine dicembre. A quel punto, se dalla giornata del 9 novembre non emergeranno soluzioni alternative, i lavoratori si ritroveranno senza lavoro, senza stipendio, ma anche senza dimora. Quattro di loro, infatti, hanno vissuto negli alloggi di proprietà dell'azienda, concessi in usufrutto poiché addetti alla cura del bestiame.
"Abbiamo svolto questo lavoro per oltre vent'anni e adesso, vista l'età, la paura è quella di non trovare altre mansioni – dicono –. Alcuni di noi vivono anche delle situazioni difficili in famiglia: da chi ha già dei casi di disoccupazione, a chi sta sostenendo un mutuo. Vogliamo ancora lavorare e per farlo siamo disposti a farci trasferire altrove".
Per loro non è previsto nessun tipo di sussidio, mentre sembra più positiva la situazione degli altri due dipendenti che si occupavano di amministrazione e laboratorio, coperti dagli ammortizzatori sociali fino a due anni.
Sprechi e promesse mancate
La chiusura del sito è dovuta a ragioni prettamente economiche. Si cerca di giustificare la riorganizzazione del centro con la progressiva crisi del comparto dell'allevamento italiano. Si potrebbe presumere, tuttavia, che a gravare sia anche l'elevato canone di affitto pagato dalla Inseme per mantenere i locali del Ciz (Consorzio di incremento zootecnico).
Nelle prole dei dipendenti, però, c'è la certezza che "tra tutti i siti di Inseme, la scelta di chiusura ricade su quello più moderno e all'avanguardia". Nei primi anni Duemila, infatti, la struttura è stata interessata da interventi di rifacimento e messa a norma delle stalle e di un'ulteriore parte esterna. Il tutto con un ingente cofinanziamento della regione Toscana. "Soldi pubblici – sostengono i lavoratori - che si trasformeranno presto in un grande spreco: per la sua particolarità, il complesso non potrà essere adibito ad altro uso. E un eventuale smantellamento rappresenterebbe, inoltre, un impegno economico non indifferente".
Si parla anche di promesse mancate, dato che in un verbale d'accordo, datato al 6 febbraio 2013 e stipulato presso il Ministero del lavoro a Roma, la Inseme e le organizzazioni sindacali di rappresentanza avevano concordato che l'unità produttiva dovesse comunque rimanere nel centro di San Miniato, in vista dei provvedimenti riorganizzativi previsti per un nuovo assetto operativo.
La perdita di un centro d'eccellenza
A perderci è anche il territorio toscano, poiché il sito è un'eccellenza nel suo genere. Si tratta di una sorta di banca del seme per i bovini, volta a sfruttare intensi programmi di selezione genetica per salvaguardare gli animali dall'estinzione della razza. Attualmente il magazzino ospita ancora del materiale seminale, quantificato in oltre tre milioni di dosi, congelato in contenitori con azoto liquido. Tutt'oggi si conservano ancora i primi prelievi effettuati negli anni '60. Le vendite hanno coinvolto il mercato europeo, ma ancor più quello statunitense, dove si punta ad avere tori genomici poiché più produttivi, fertili e longevi degli altri. E proprio a La Serra è stato ospitato il secondo toro più importante al mondo, Toto. Tra animali e materiale, l'attività ha un valore milionario, aumentato da un prestigio di cui a breve rimarrà solo il ricordo.

 

Serena Di Paola


Ultima modifica il Venerdì, 30 Ottobre 2015 19:43

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