“Pd governa i fenomeni, non pensa un mondo diverso”. Rossi lancia il suo socialismo plurale

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Per Enrico Rossi, quello al Green Park di Calcinaia è uno dei primi incontri pubblici con una categoria di persone – in questo caso la Uil della Valdera e parte di quella di Lucca – dopo aver sbattuto la porta del Pd di Matteo Renzi, in cui scende sui contenuti più profondi della sua scelta.

Ad attenderlo, molti iscritti al sindacato, molti ex socialisti rimasti a sinistra dopo Tangentopoli e quasi nessun amministratore. Di volti del mondo della politica locale infatti in sala c’era solo Mirko Terreni, il sindaco di Cascina Terme Lari, arrivato come ha dichiarato solo per ascoltare e non per uscire dal Pd e l’ex consigliere regionale Ivan Ferrucci. Per il resto, gli altri amministratori si sono ben guardati dal farsi vedere in compagnia di un dissidente del Partito Democratico, a cominciare da quella parte di classe dirigente della provincia di Pisa che fino a venerdì scorso non era allineata con Renzi.
Per dovere di cronaca, da precisare che l’appuntamento con la Uil, Rossi lo aveva preso in tempi non sospetti per presentare il suo libro Rivoluzione Socialista, ma in realtà oggi nei contenuti è andato ben oltre, tornando in modo anche approfondito sul discorso di sabato scorso a Roma, quello del partito partigiano, sui contenuti della sua scelta. Con i giornalisti invece ha scelto profilo basso, tanto che le risposte sembrano ormai diventate un mantra al quale si aggiunge ogni volta un piccolo pezzettino.
Quando prende la parola dopo la lunga introduzione di Mario Renzi, il segretari regionale della Uil, Rossi è un fiume in piena: con il suo stile pacato e irriverente parla e, forse, si leva anche qualche sassolino dalle scarpe. Qui lo scontro si fa duro con quella che è stata fino a oggi la linea del Pd e rivendica la sua identità di uomo di sinistra: colto, forse anche un po’ snob, ma capace di fare analisi, di pensare un mondo diverso, possibilmente migliore. Parte proprio da qui e dice: “L’idea di base è che questo atteggiamento (del Pd, ndr) accondiscendente che si rassegna ad accettare il mondo così come lo ha trovato e si limita a governare i fenomeni non vada più bene. I giovani non guardano più a noi, il Pd non è più in grado di accogliere le esigenze sociali che arrivano dalle fasce più deboli della popolazione e trasformarle in politiche per dare risposte. L’idea del Partito Democratico di base è quella di governare il mondo così come è, senza modificare niente. Questo modo di fare politica non va più – poi tuona – dove eravamo in questi anni quando si facevano prestiti a cento aziende, vedi il Monte dei Paschi, che poi hanno avuto problemi di liquidità perché hanno speculato? Noi rappresentavamo queste aziende o i piccoli imprenditori, i commercianti, gli artigiani che venivano da noi e ci dicevano che non avevano accesso al credito per le loro attività?”. Parte da qui la carrellata di cose che evidentemente negli ultimi anni al governatore non sono andate giù e che ha tollerato nonostante cozzassero con la sua coscienza di uomo di sinistra, tanto che aggiunge: “E’ come la storia della liberalizzazioni. Così non va, non possiamo pensare che tutto debba tornare allo Stato: io sono favorevole al libero mercato che è un grande regolatore, ma non può essere l’unico a tutti costi. Perché se si procede così, alla fine si valuta solo il profitto. Poi la questione della liberalizzazioni negli orari del commercio: noi abbiamo cercato di governali. Sempre parlando di speculazione, basta pensare alle Poste che per essere quotate in borsa volevano chiudere gli uffici più periferici senza tenere conto del servizio, solo per una questione di numeri. O ancora, recentemente, a Siena: si è lasciata una porzione di Toscana senza luce per una settimana semplicemente perché non sono stati fatti gli investimenti e poi si permette a Enel di andare sul mercato europeo. Una volta si definivano i servizi, il salario indiretto, oggi non è più così”. Parte da questi esempi Rossi, per dire che la politica del Pd non risponde alle esigenze dei cittadini e poi rincara la dose dicendo: “Poi mi si va a dire che Marchionne è un esempio da seguire”. Poi il governatore secessionista alza livello del dibattito improvvisamente e sintetizza dicendo: “E’ venuto meno il parametro del neo Kenesiano che non si persegue mettendo i bonus in tasca alle persone. In Italia abbiamo lasciato che negli appalti pubblici e privati si facesse sempre dumping sui lavoratori e alla fine abbiamo perso 200mila posti di lavoro.
Quando l’amministratore di ferrovie, Moretti viene a dirmi che in Toscana, per portare in attivo l’esercizio, basterebbe lasciare solo la linea Viareggio-Firenze mi chiedo: e per tutte quelle persone che utilizzano il treno ogni giorno? Studenti, lavoratori, imprenditori? Tutto questo per dire che noi abbiamo smarrito il nostro mondo”. Poi il presidente conclude dando una sintesi: “In questi anni il problema dell’equilibrio costituzionale tra lavoro e capitale è saltato e gli esempi sono molti. A questo aggiungo che io sono vicino e ogni giorno, da presidente della Regione, faccio accordi con quegli imprenditori sani che si sacrificano, che sono arrivati ad ipotecare le case per salvare le aziende e che investono con senso di responsabilità”.
Ma per Rossi non è solo un problema di economia politica, è anche un problema culturale: “Hanno fatto tabula rasa dei simboli della sinistra, falcidiandoli. Abbiamo fatto tabula rasa della nostra storia e quando parlo della nostra storia mi riferisco alla capacità di rielaborare la storia in senso critico, attuando una critica razionale e non scalmanata del capitalismo”.
Dopo la questione economica, Rossi affronta la questione della sinistra affondando le mani nel problema identitario che dal 1989 si pone in tutto il mondo e che poi in Italia, con il cedimento del partito socialista nel 1992, si è acuito. Nell’idea di sinistra del nuovo secolo, Rossi non nasconde di pensare ad una sinistra plurale che sia in grado di abbracciare tutte quelle spinte riformiste e sociali che hanno radici culturali e identitarie che vengono da lontano, strizzando l’occhio ai vecchi democristiani morotei: “Per plurale – spiega – intendo una sinistra che per me culturalmente comprende molti che una volta non erano certo di sinistra per me. Anche Tina Anselmi, la prima firmataria della legge sul servizio sanitario nazionale, è di sinistra”.
Poi aggiunge e su queste parole incassa l’applauso della folla: “Per spostare a sinistra la politica italiana si deve rimettere in campo la parola socialismo in modo razionale. Bisogna tornare a parlare della ridistribuzione del reddito: abbiamo 5 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà che non possiamo aiutare con il reddito di cittadinanza ma dobbiamo riportare al primo posto il dibattito sul diritto al lavoro che inoltre definisce la personalità dell’individuo”.
Dopo questo accenno di linea ideologica del nuovo soggetto che Rossi quasi sicuramente insieme ad altri si accinge a fondare, il governatore tira le somme e chiude dicendo: “Io avrei voluto fare questa discussione nel Pd, ma non ce ne è stato lo spazio, non ce ne è stato il tempo”.

Gabriele Mori

 

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