Animali avvelenati, Cacciatori: “Colpa del consorzio” foto

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E’ stata una brutta domencia mattina, quella di ieri 1 luglio, per i cacciatori delle associazioni venatorie di San Miniato aderenti alla Confederazione italiana cacciatori, alla Federazione italiana della Caccia e all’Associazione regionale Cacciatori Toscani. Ad amareggiarli è stata la scoperta che nella zona di ripopolamento di Collebrunacchi i corsi d’acqua erano stati avvelenati, con la conseguente morte di pesci e animali di superficie. Ma il paradosso è che ad avvelenare l’acqua di torrenti e canali della zona è stato lo sfalcio dell’erba fatto – come sottolineano i cacciatori – dal Consorzio di Bonifica.

In pratica, la causa è un meccanismo chimico perverso che porta l’acqua ad essere prima asfittica e poi tossica. A originarlo è stata l’erba tagliata lungo i corsi d’acqua, lasciata nei caniali: con il caldo, si è subito innescato il processo di macerazione che da un lato ha saturato l’ossigeno disciolto nell’acqua trasformandosi in una miscela letale per i pesci e poi ha liberato ammoniaca e quindi acido solfidrico nello stesso corso d’acqua in una reazione sintetizzata dai batteri responsabili del processo di decomposizione dei vegetali. Un episodio, questo, che ha mandato su tutte le furie i cacciatori che sono anche gestori della zona di ripopolamento di Collebrunacchi, un luogo che per gli uccelli e in generale per la fauna dovrebbe essere protetto e tutelato. E invece, a generare una bomba ambientale, spiega il segretario del comitato di gestione della zona Piero Taddeini, è stato l’operato degli enti.
L’episodio già questa mattina 2 luglio, attraverso un esposto, è stato documentato e la denuncia è stata inviata a tutti i soggetti che hanno voce in capitolo nella vicenda o una potenziale responsabilità. Nell’esposto i cacciatori infatti non esitano a parlare di inquinamento, di moria di pesci e di selvaggina.
“Nella mattianta di ieri domenica primo luglio abbiamo riscontrato l’avvellenamento dei torrenti non solo all’interno della zona di ripopolamento e cattura ma di tutti i corsi d’acqua che hanno subito l’intervento radicale di ripulitura”. Spiega infuriato e amareggiato Piero Taddeini. “La macinatura degli arbusti e delle erbe effettuata dalle macchine operatrici per liberare il corso dell’acqua genera una massa considerevole di detriti vegetali che, con la sedimentazione nelle acque dei torrenti, sommata alla scarsità di piogge (lavaggio), genera la formazione di gas. E appunto il gas presente è l’ammoniaca, la quale deriva principalmente dalla decomposizione microbica delle proteine. In presenza di ossigeno, l’ammoniaca viene ossidata a nitrati e nitriti, i quali una volta consumato l’ossigeno vengono ridotti ad azoto gassoso. Contemporaneanente i batteri anaerobi utilizzano l’ossigeno presente nei solfati, producendo acido solforico (H2S) dal caratteristico odore sgradevole”. Questa in sostanza è la catena di eventi che ha portato allo scenario a cui si sono trovati i cacciatori ad assistere, ovvero acqua putrida e puzzolente, pesci morti e sevaggina che si è abbeverata in un corso d’acqua inquinato e potenzialmente letale per la vita. “E’ proprio questo sgradevole odore – continua Taddeini – che ha attirato la nostra attenzione. Il disastro che è si manifestato davanti ai nostri occhi non ha motivi per essere giustificato. Decine di pesci adulti morti. Migliaia di piccoli pesci emergevano per cercare ossigeno, una tartaruga in fin di vita. Senza poi immaginare le migliaia di animali che quotidianamente in questo periodo di arsura estiva, si abbevera in queste putride acque”.
Un episodio che come aggiungono i cacciatori non è la prima volta che si verifica e che in passato loro avevano anche cercato di scongiurare facendo delle proposte al Consrozio di Bonifica basso valdarno 4, recentemente commissariato. “Con questo scenario, a noi purtroppo noto da sempre – spiegano i cacciatori – sin dai tempi delle prime discussioni con i dirigenti del Consorzio di Bonifica, avevamo proposto alcune soluzioni che puntualmente sono state disattese. Tra queste vi era la creazione di piccole cascate per riossigenare le acque, in quanto i batteri aerobi utilizzano l’ossigeno per degradare il materiale organico inquinante proveniente dalle ripuliture. Infatti se il canale o torrente che riceve gli sfalci è poco profondo, particolarmente fluente e tumultuoso, l’ossigeno atmosferico va a compensare l’ossigeno disciolto e l’anidride carbonica prodotta dalla decomposizione viene ceduta all’atmosfera. Contrariamente, se il corso d’acqua dove finisce l’erba tagliata è poco fluente e particolarmente calmo, il consumo di ossigeno e l’incremento dell’anidride carbonica sono inevitabili, apportando numerosi cambiamenti. I pesci e altri organismi che richiedono ossigeno iniziano così a morire, andando ad aggiungersi alla materia organica da degradare. Avevamo proposto anche – continua Taddeini – la creazione di ‘pescaie’ almeno lungo il percorso dei torrenti posti all’interno della zona di ripopolamento e cattura, ma contro ogni logica anche quelle poche presenti, sono state distrutte”.
Insomma, un problema ambientale che però potrebbe essere risolto con l’impegno degli enti. “Quello che ci meraviglia di più – dice il segretario del comitato di gestione dell’area – è il fatto che su questo tema nessuna associazione paladina dell’ambiente e degli animali abbia mai preso posizione o si sia fatta sentire, in considerazione della serietà su temi sensibili che riguardano il futuro, non solo del territorio samminiatese. Spesso il populismo anti caccia echeggia contro l’unico gestore del territorio: il cacciatore. Più volte le associazioni venatorie di San Miniato nei numerosi e ‘bollenti’ incontri, hanno sollevato il problema legato alla gestione della ripulitura e sfalciatura degli argini dei torrenti. Le Associazioni Venatorie promotrici di una gestione virtuosa, hanno sempre richiesto collaborazione e rispetto, nella comune ottica di salvaguardia dell’incolumità e della prevenzione da danni idraulici, in equilibrio con la salvaguardia della biodiversità e a tutela della flora e della fauna che regnano lungo queste aree umide. Aree, che in questo caso specifico, ricadono all’interno di una Zona di Ripopolamento e Cattura. Montagne di denaro sono state spese per l’assenza della gestione e della ripulitura dei fossi e dei torrenti, con risultati che sono davanti agli occhi di tutti: mancata proporzione fra quanto speso e il grado di sicurezza. Gli interventi effettuati, da noi sempre criticati per l’effetto devastante che hanno, continuano ad essere realizzati contro ogni direttiva emanata in materia di salvaguardia dell’ambiente, dalla stessa Comunità Economica Europea come la direttiva 92/43/CEE Habitat  e la 2009/147/CE Uccelli pilastri fondamentali di rete Natura 2000 di cui la CEE ne è la principale promotrice ed a cui l’Italia con il Ministero dell’Ambiente ne ha recepito il significato. Anche la Regione Toscana, in attuazione delle Direttive europee e della normativa nazionale di recepimento, ha emanato la Legge regionale 6 aprile 2000, n. 56 (abrogata e sostituita dalla LR 30/2015 – Norme per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturalistico-ambientale regionale) ed ha dato avvio ad un’articolata politica di tutela della biodiversità, rivolgendo l’attenzione verso le aree protette”.
“Con queste premesse – conclude Taddeini -, ci auguriamo che la questione assuma una dimensione tale da non essere più tollerata ma, anzi, affrontata con decisione, a tutela degli svariati aspetti sopra citati, con particolare attenzione anche a quello economico, senza tralasciare l’aspetto etico e ambientale. Con questa affermazione e con azioni propositive, diamo la nostra disponibilità a uno confronto aperto ma risolutore, con tutti i portatori di interesse, dai quali ci attendiamo risposte e proposte”.

 

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