Una nuova tartufaia inaugura la stagione del ’Bianco’

Il 10 settembre, in Toscana si apre la stagione della ricerca del tartufo bianco. E San Miniato, o meglio le colline samminiatesi, sono pronte ad accoglierla a braccia aperte. Con una grande novità: una tartufaia migliorata e controllata tra San Miniato e Castelfiorentino aperta e accessibile a tutti i tartufai delle colline samminiatesi. Circa 6 ettari per ora, ma con un paio di appezzamenti in più in attesa di autorizzazione regionale che sono il sogno realizzato dell’associazione Tartufai delle colline, figlio di un progetto lungo, passato per la sperimentazione della Scarpina e ora in dirittura d’arrivo.

“Su Montaione – inoltre – ne abbiamo due con la pratica autorizzativa in corso di definizione e altre due su Palaia”. Perché il tartufo non sceglie il comune, ma la zona e i progetti – da fare con la Regione – superano per forza i confini geografici. “Ci sono già cartelli e autorizzazioni per la prima area”, raccontano soddisfatti dall’Associazione Tartufai. Una tartufaia aperta, quella da inaugurare, ma soltanto ai tartufai associati, visto che la manutenzione è costosa e dovrà essere pagata con la tessera dell’associazione e il contributo degli associati. Che, in qualche modo, ridanno al bosco in cure ciò che prendono in frutti. Almeno fino a che non sarà risolta la questione – “il tasto dolente” per i tartufai – di riportare sul territorio i soldi del tesserino che abilita alla ricerca del tartufo. “Intanto andiamo avanti con le nostre forze – raccontano – ma siamo in contatto con la Regione e sollecitiamo le pratiche per attivare la misura che riporti i soldi dei cercatori di tartufo sul territorio dove questo cresce”. Che, nello specifico, supera anche i confini provinciali.
Sarà una tartufaia, quella condotta dai “cavatori”, che nasce grazie alla disponibilità di alcuni proprietari che hanno appoggiato il progetto e messo a disposizione i terreni. Tra le peculiarità che rendono quasi unico il progetto c’è il fatto che si parla di una tartufaia di Bianco, in un’area già vocata al più pregiato tra i funghi ipogei visto che nella tipologia di progetto previsto dall’associazione di cavatori non è necessaria la piantumazione di alberi miconizzati – prassi invece per le tartufaie coltivate a nero – che, al contrario, qualora fosse necessaria, sarebbe vincolata a precise regole volte proprio al mantenimento e al miglioramento, non allo stravolgimento, dell’area interessata. Le tartufaie controllate sono infatti naturali, migliorate con pratiche colturali come la regimazione delle acque superficiali o l’eliminazione della vegetazione infestante. Con il progressivo abbandono delle campagne, infatti, l’obiettivo diventa gestire al meglio la risorsa già disponibile, mantenendo quell’ambiente che il tartufo lo ha cresciuto e custodito finora. In una tartufaia aperta sì, quindi, ma solo a chi contruisce a manutenerla. “Noi come associazione non abbiamo le forze, quindi dobbiamo rivolgerci a esperti che tengano, per esempio, pulito il sottobosco o taglino le edere sulle piante e si occupino, insomma, di tutta una serie di operazioni che servono a tenere pulita e sicura l’area”. Perché l’oro bianco possa crescere in quantità, pezzatura e profumo. 

 

Elisa Venturi

 

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