“Vogliamo fare la nostra parte”, a Montopoli il primo passo dell’associazione Diaspora foto

Una macro associazione fa incontrare gli stranieri in Italia. Il progetto sbarca sul Continente

Riunire in un grande coordinamento tutte le associazioni già esistenti sul territorio italiano, che rappresentano gli stranieri che vivono e lavorano nel nostro Paese. Questa la grande sfida che dalla Sardegna alla Zona Cuoio, sta tentando l’associazione Diaspora.

In pratica un’organizzazione di secondo livello, un’associazione di associazioni, che in Sardegna ha mosso i primi passi e che adesso vuole radicarsi anche nel continente. Lo fa, in questi giorni, anche nel Cuoio, a partire da un incontro che questo pomeriggio 11 luglio si è tenuto a Montopoli Valdarno, nei giardini della Torre Giulia, alla presenza di numerosi esponenti delle comunità straniere e delle associazioni che in Toscana le animano. Un incontro che ha visto naturalmente la partecipazione soprattutto delle associazioni del territorio. A fare gli onori di casa, insieme al consigliere democratico Andrea Marino a rappresentare l’amministrazione, anche la montopolese associazione Teranga, con il suo presidente Pene Abdoul.

“A Montopoli – per Marino – l’associazione Teranga ha dato sempre il suo contributo come associazione di migranti ma soprattutto anche come associazione fra i cittadini di Montopoli. Ben lo sa chi ha vissuto fra le associazioni nei momenti più difficili della emergenza Covid, in cui Teranga ha dimostrato tutto il suo valore e spirito di sevizio. Da figlio e nipote di migranti so come questa categoria, quella di chi si sposta dal suo luogo di origine ad altri, dia da sempre il suo meglio proprio nelle difficoltà. Da attivista politico ho potuto vedere in questi anni gli albori dell’associazionismo legato all’immigrazione. Realtà del terzo settore che all’inizio nascevano con fatica, scontando alle volte anche la volontà di chi, dalla politica, voleva metterci il cappello. Adesso, credo che questa volontà di prendere le redini del proprio destino da parte delle comunità straniere, facendo rete e partecipando attivamente alle politiche che le riguardano e quindi ci riguardano, sia l’occasione per fare tutti un passo in avanti”.

Un incontro, quelo che si è svolto, che ha visto la partecipazione delle associazioni del territorio ma non solo. Vi erano esponenti di Cossan, del coordinamento Ucai, di Casto, Racmi, del Fat, dello Smsis, Disso, Diaspora Togo, dell’Umei, del coordinamento Senegalese di Pisa. In linea, hanno preso parte all’incontro Lina Callupe (Diaspora Perù), esponenti della comunità camerunense e Felix C.C. Adandejan, del coordinamento Diaspore Sardegna.

Lo spirito di questo nuovo coordinamento, che dal 2019 sta facendo le sue prime mosse fra Roma e le varie regioni, è ben spiegato dai due esponenti della Diaspora sarda, Elizabeth Rijo e Souleimane Ndoye. “Tutto inizia – spiega Elizabeth, haitiana italiana da quasi 20 anni residente in Sardegna – nel 2014, quando con la modifica della legge 125 cambia il modo di organizzare la Cooperazione internazionale. Con quella legge nasce il consiglio nazionale per la cooperazione e lo sviluppo, con alcuni tavoli tematici, che prevedono il coinvolgimento delle diaspore nella  cooperazione allo sviluppo internazionale come decentrata e il ruolo che svolgono per lo sviluppo sostenibile”.

“Per tanti anni – spiega Souleimane – i soldi per la cooperazione sono stati dati a ong italiane, che elaboravano progetti per le comunità straniere e per i Paesi in via di sviluppo. Fare rete a livello nazionale, sfruttando il riconoscimento del Ministero, consente per la prima volta a noi tutti di partecipare come soggetti attivi all’elaborazione dei progetti. Una cosa che però è possibile solo attraverso l’attiva partecipazione di noi tutti all’interno delle associazioni. Associazioni reali, con una vita associativa davvero condivisa, con dirigenti che rendano conto in modo trasparente e partecipato delle decisioni che prendono. Solo così sarà possibile partecipare alle politiche della cooperazione da protagonisti”.

Parole che hanno scatenato entusiasmo e anche dibattito all’incontro organizzato alla Torre. Persone come Hassin, residente qui da 30 anni: “In pratica da più anni di quanti ne abbia passati nel mio Paese – dice –. È qui che voglio operare, quindi, ma senza dimenticare la nostra Africa”. O come Hassin, rappresentante della comunità marocchina, che dice: “Le nostre comunità hanno dato soldi, tempo, sangue alla comunità italiana. Nel momento del Covid ciò è stato solo più evidente. Vogliamo fare la nostra parte”.

Soddisfatto il presidente dell’associazione Teranga. “Oggi – dice Pene Abdoul – qui sono presenti ben 12 associazioni da varie parti della Toscana. È il primo passo, ne faremo altri”.

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