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Una foresteria e il consultorio nella nuova vita del seminario foto

Inaugurata la prima parte dei lavori di Diocesi, Fondazione Cr San Miniato e Credit Agricole

Il senso di tutto il lavoro è l’accoglienza. Che è ospitalità, ma anche ascolto, visto che qui avrà la sua nuova sede anche il consultorio diocesano che ora si trova a San Romano. Il palazzo del seminario vescovile è uno dei cuori di San Miniato, uno di quegli spazi aperti tra le vie chiuse e ripide in cui ti fermi a riprendere fiato.

Ora che non ospita più i giovani preti, il seminario rischia di somigliare più a una rocca chiusa che a uno spazio aperto e allora ecco l’idea di questi monumentali lavori di restauro. Che riguardano anche la facciata ma che, in un certo senso, sembrano voler dare una faccia diversa alla struttura stessa.

I lavori hanno finora interessato parte della facciata e gli interni al primo piano per trasformare il settore orientale del palazzo in una foresteria dedicata all’accoglienza dei pellegrini e di persone con disagio sociale: si tratta di un’area dove dalle antiche celle dei seminaristi sono state ricavate camere con servizi indipendenti, cucina e sala di ristoro comune. Questa foresteria sarà intitolata alla memoria di monsignor Paolo Ghizzoni, vescovo di San Miniato dal 1972 al 1986.

Procedono i lavori sul versante che scende verso via Vittime del Duomo, l’ala dell’edificio dove una volta si trovava la tipografia e che presto ospiterà il consultorio familiare diocesano Alberto Giani.

Una nuova vita e nuove funzioni che nascono da un laboratorio di studio fortemente voluto dal vescovo Andrea Migliavacca che ha dato un’indicazione: “L’orizzonte ampio di utilizzo dovrà essere quello dell’ospitalità”.

L’intervento finora è costato 42mila euro per quanto riguarda i lavori più delicati, quello di restauro dei tanti “medaglioni” affrescati della facciata. Per il secondo lotto, in fase di completamento, è stato chiesto un contributo alla Fondazione per 90mila euro. Per i lavori dedicati allo spazio accoglienza è prevista una spesa di 280mila euro, mentre i locali consultorio familiare, attualmente a Montopoli ma da spostare nel medesimo palazzo, costeranno 140mila euro. Proprio per questi due lavori il contributo chiesto alla Crédit Agricole è stato di 80mila euro. È stato inoltre installato un nuovo ascensore. Per i lavori fatti e previsti, 350mila euro proverranno dalla Diocesi e da numerose donazioni.

In gran parte finanziato dalla Diocesi che, però, dopo l’ottimo lavoro della scala del santissimo crocifisso (qui) ha continuato a fare gioco di squadra, chiedendo un contributo a Fondazione Cassa di risparmio di San Miniato e a Credit Agricole. “Per noi – ha precisato il vescovo – alla fine c’è qualcosa di più importante delle mura, come quella creazione di quella Chiesa dalle porte aperte di cui ci parla anche papa Francesco. Porre attenzione ad un edificio significa porre attenzione alla pastorale, a chi abita oggi il seminario, ai suoi volti”.

“Sono qui solo dal 2018 – ha detto il responsabile della direzione regionale della Banca Massimo Cerbai -, dall’acquisizione. Arrivare a prendere il posto di una banca così radicata è una responsabilità grande. Vivere il seminario come apertura va nella direzione dei bisogni delle persone ora che, dopo il lockdown, c’è necessità di parlare con le persone, ascoltarle. Far vivere gli edifici di San Miniato va in questa stessa direzione. Vuol dire ricominciare come territorio”.

“Numerosi sono i motivi di orgoglio – per il presidente della Fondazione Antonio Guicciardini Salini -. Siamo, innanzitutto, nella casa del nostro fondatore, di colui che penso tanti anni fa alla fondazione della nostra banca. Secondariamente si tratta di un intervento che interviene sul salotto buono di San Miniato. Inoltre lavoriamo affinché io patrimonio di San Miniato resti fruibile ed efficiente. Infine si va a fare un’operazione sociale: con questi lavori molti degli spazi dedicati un tempo ai seminaristi andranno a ospitare pellegrini, ma anche persone in difficoltà”.

“Sono questi – per il sindaco Simone Giglioli – i momenti che si apprezzano di più dopo tutto ciò che è successo. Sono beni culturali della collettività. Così per i beni del comune, così per quelli della curia, così come la banca. Quest’anno abbiamo avuto meno turisti stranieri, ma molti turisti italiani hanno parzialmente sopperito. Questo lo dobbiamo ad una città rimasta bella nei secoli grazie ai suoi monumenti. Intervenire su questi luoghi vuol dire avere cura dell’arte e del prossimo, conservando un patrimonio che è solo in prestito a tutti noi”.

Esposto nel dettaglio il primo lotto del restauro, che ha visto la parte più delicata proprio nelle operazioni di recupero dei “medaglioni” della facciata, curate da Lidia Cinelli. “Quando si parla di interventi su parti della città non sono solo tecnici – ha detto Mariagrazia Tampieri, della Soprintendenza di Pisa e Livorno -. Restaurare un bene e non pensare a quali funzioni rinnovate a questo edificio si possono dare significa rinnovare qualcosa di vuoto, destinato a nuovo degrado.

Ciò non è avvenuto qui. Una realtà solida, viva, inclusiva, al passo con la storia che evolve”. Parole che si sono unite a quelle di Chiara Trevisonni, anch’essa della Soprintendenza, che ha inquadrato storicamente l’edificio nelle sue varie fasi di costruzione, dalla metà del XVII secolo, dopo il primo acquisto di un edificio affacciato sull’allora piazza del mercato, a seguito dell’elevazione a Diocesi nel 1622, fino ai restauri del ‘900.

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