La sociologa Capuano: “Donne, la pandemia mette in evidenza tutte le vulnerabilità”

L'esperta coinvolta da Fidapa: "La situazione può essere l'occasione di fare in modo di non tornare indietro"

Insegnare alle donne a conoscere i propri diritti, “a liberarsi dai soprusi perché la strada è ancora molto lunga e necessita di analisi e riflessione”. Per questo la Fidapa, la federazione italiana donne arti professioni affari, di San Miniato presieduta da Vanessa Valiani, ha chiesto a Sofia Capuano, sociologa e dottore di ricerca in storia e sociologia della modernità, un contributo nell’analisi della condizione femminile e una riflessione sul futuro femminile e sulle scelte che le donne possono e devono fare.

La sezione di San Miniato, infatti, sta portando avanti a livello locale e interagendo con le altre sezioni presenti su territori limitrofi, attività, manifestazioni, eventi, documentazione e supporto con l’obiettivo di contribuire al miglioramento della condizione della donna sui posti di lavoro, nella politica, nella società civile cercando di analizzare la situazione territoriale e calandosi nelle problematiche che dall’analisi emergono. La Fidapa di San Miniato “si è adoperata per far approvare alle amministrazioni disponibili la nuova carta dei diritti della bambina nell’ottica dell’educare alla parità, alla non violenza e al rispetto dell’eguaglianza di genere promuovendo politiche di sostenibilità e di protezione sociale per favorire una crescita economica inclusiva, nella società, nella famiglia, sul lavoro”.

E’ stato ampiamente trattato il tema della violenza sulle donne in collaborazione con i servizi sociali, i servizi dell’ordine, i centri di tutela operanti sul nostro territorio. Da qui il contributo chiesto a Capuano che pubblichiamo di seguito.

Ringrazio Fidapa per l’invito che mi ha rivolto. Parlare della questione femminile pone, oggi come ieri di fronte ad una sfida non compiuta sia del pensiero che della politica ed impone una scelta nel complesso panorama delle prospettive a riguardo.
E non si può prescindere dall’emergenza mondiale che stiamo tutti vivendo: se è vero che l’emergenza derivante dalla diffusione del Covid-19 ha colpito tutta la società, è ancor più vero che ci sono state categorie più colpite delle altre.
Le donne in particolare si sono ritrovate esposte su molteplici fronti, a partire da quello sanitario, economico, sociale e familiare.
Già dalla fase 1 si sono moltiplicate le ricerche su come il mondo femminile stesse affrontando l’emergenza e questo perché evidenti segnali sono stati da subito chiari. L’emergenza ha agito su un terreno già precario per le donne.
Ritengo infatti che questa emergenza ci stia servendo su un piatto d argento un’occasione.
Dal punto di vista delle politiche di genere siamo di fronte ad uno scenario che assume i tratti quasi di un laboratorio che ci permette di osservare, in tutta la loro potenza, le disparità esistenti e più o meno evidenti che già esistevano nel periodo pre emergenza.
Sembra un paradosso parlare di occasione, vista la nefasta situazione, ma le grandi crisi hanno sempre portato con sé un potenziale innovativo e , relativamente a questo tema, non possiamo aspettare ancora.
Perché abbiamo di fronte un laboratorio? Da un giorno all’altro sono venute meno tutte le strutture e agenzie educative. Sono venute a mancare tutte le azioni di supporto alla conciliazione dei tempi di lavoro e vita familiare e di supporto alla genitorialità.
Nello stesso momento si è verificato un aumento del carico di lavoro delle donne con figli rispetto ai padri vista la presenza più alta di donne impiegate nei servizi essenziali.
Emerge anche come una gran parte di donne, in numero nettamente superiore agli uomini, abbia perso il lavoro soprattutto rispetto agli impieghi di basso profilo non trasformabili in smart working.
Da un lato donne stremate da doppi e tripli turni in ambienti sanitari e di cura che con spirito di sacrificio e abnegazione sostengono le strutture al collasso in cui operano: sono state molte le immagini di infermiere, oss che stremate hanno reso onore al loro lavoro.
Dall’altro donne in smart working divise letteralmente tra lavoro, didattica a distanza, cura dei figli, gestione della casa. Tutto nello stesso tempo e tra le stesse mura. La quarantena sembra aver rafforzato alcuni stereotipi di genere: donne impiegate nella cura della casa e dei figli
La pandemia, ripeto, ci sta dando l’occasione di mostrarci le nostre vulnerabilità.
Le tragedie portano con sé anche opportunità E non possiamo sprecare l’occasione di una crisi così profonda per imprimere un cambio radicale di passo.
Il bivio di fronte al quale ci troviamo riguarda la scelta della strategia di uscita dalla crisi.

Si impone soprattutto l’esigenza di non tornare alla situazione di partenza, quella prima del Covid-19. Abbiamo ampiamente avuto la dimostrazione che non funziona, che tanto c’è ancora da fare.
E come se ne esce? Quali possibilità abbiamo di cogliere questa occasione e di fare un passo in avanti?
Innanzitutto servono azioni politiche che possano, attraverso programmi educativi e culturali, affrancare le donne non dalla necessità di conciliazione che dovrebbe essere una esigenza di uomini e donne , ma dal peso culturale della conciliazione, dal dovere socialmente imposto al sacrificio finalizzato al mantenimento di equilibri di sfere complementari di esistenza.
I modelli culturali esistenti ci parlano di donne, anche in carriera, purché non mettano in crisi l’assetto familiare. Ci parlano di brave donne di casa. Le donne stesse parlano delle altre donne utilizzando gli stessi schemi di giudizio. Si tratta di una questione sociale e come tale va affrontata a livello culturale, non si tratta di una questione legata alla sfera individuale.
Pregiudizio e stereotipi, sotto il profilo sociologico, sono collegati ad un’identità sociale che si forma nel corso del processo di socializzazione durante il quale ogni individuo si confronta con altri soggetti e impara a valutare se stesso.
Se ogni scelta è realizzata all’interno di vincoli materiale e culturali, la libertà di scelta è solo apparente.
Il nodo della questione quindi sta non nella scelta individuale quanto nell’investimento sul cambiamento culturale di riferimento.
E’ la cultura che deve cambiare attraverso investimenti importanti sulle agenzie formative e culturali.
La metafora della scelta e della libertà non farebbe che confermare la dannosa tesi dell’individualismo endemica nell’attuale cultura occidentale avvalorando l’immagine del ruolo femminile come inadeguato e manchevole se orientato a valori non socialmente ancora accettati.
Con l’augurio che il nostro Paese sappia cogliere questa opportunità, seppur derivante da una crisi profonda che tutti coinvolge, io vi saluto e vi ringrazio per l’attenzione”.

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