La privacy tra Dad e social, Armone per il progetto sperimentale di Castelfranco foto

La scuola punta a costruire regole condivise con i ragazzi per un protocollo che aiuti a gestire i dati sensibili

Non avevamo ancora capito come gestire i cellulari in classe, che la classe ha iniziato a viaggiare in Rete. Succede, allora, che imparata la didattica a distanza, c’è da imparare cosa si può fare e cosa no nel rispetto della privacy delle persone, anche e non solo dei minori. Il termine inglese, come accade spesso, non ci aiuta: e allora a volte è un paravento dietro al quale nascondere ciò che non ci va di approfondire mentre altre è un velo trasparente che lascia poco all’immaginazione.

Il diritto alla riservatezza e la necessità di pubblicazione allora, si incontrano e per stabilire regole chiare e terreno neutro serve un’educazione al dato sensibile, che chiarisca cosa lo è e come si usa. Non con regole imposte, però, ma con “un’autoregolamentazione” nata dalla condivisione con i ragazzi. Con questa volontà, l‘istituto comprensivo Leonardo Da Vinci di Castelfranco di Sotto e la docente esperta in materia di privacy Anna Armone hanno deciso di portare tra i banchi un progetto innovativo e sperimentale.

Saranno i docenti i primi a partire: con loro, a marzo, si aprirà la serie di incontri, per il momento on line, nella speranza di potersi vedere presto di persona. I docenti si concentreranno sulla gestione del dato sensibile e poi prenderanno il via le unità di apprendimento con i ragazzi. Sono due le classi selezionate per “fare da cavie” in questo progetto sperimentale: la V della Primaria Guerrazzi e la III media di Orentano.

Saranno loro i primi a lavorare sulla costruzione della consapevolezza intorno al dato sensibile e anche su quella di un protocollo sulla privacy per la scuola, che nel tempo entrerà a far parte del curricolo di educazione civica (reintrodotta come materia interdisciplinare), da poter condividere anche con i genitori e diventare, un giorno, integrazione al curricolo d’istituto. Tanto che il progetto non vuole fermarsi a quest’anno: in programma c’è anche la produzione di un cartone animato e di varie storie che da settembre saranno nelle classi.

In questi giorni in cui Tik Tok in particolare è l’occasione per discutere a più voci di minori, Rete, divulgazione e “consumo” di immagini e informazioni, l’idea che è alla base del progetto di Castelfranco sa di provvidenziale: il telefono cellulare, come il social, è uno strumento che di per sé non è buono o cattivo. Può produrre, però, tanto bene quanto anche tanto male. Ecco, allora, che serve un’educazione – non un’imposizione – all’uso dell’immagine, di sé come degli altri. Perché non tutto quanto è possibile – tecnologicamente – fare, si può fare davvero.

Anzi, più la tecnologia va avanti, più è necessario capire qual è il limite proprio e, in un mondo “condiviso”, anche degli altri. Per niente facile quando i modelli sono gli influencer e i protagonisti dei reality, che ci abituano a esistere solo se guardati.

“La scuola – spiega il dirigente Sandro Sodini – deve trovare gli strumenti per dare consapevolezza e competenza ai ragazzi: l’educazione civica implica anche questo”. E deve farlo il prima possibile nel percorso di crescita dei bambini, visto che cellulari e social sono diffusi già dalle medie e iniziano a farsi vedere persino alle elementari.

“Il percorso di consapevolezza deve essere calibrato sulla loro età per portare davvero a un’educazione compartecipata di costruzione e conoscenza. Anche guardando, perché no, alla costruzione del patto educativo di corresponsabilità in alleanza tra scuola e famiglia”. D’altra parte la didattica a distanza si fa in casa e anche questa è una novità per le famiglie, che si trovano come proiettate in classe. Non sempre però, problemi e soluzioni si incontrano.

A Castelfranco è successo questo. “Con Armone ci siamo trovati su questo progetto e abbiamo deciso di sperimentare, di provare a costruire insieme una consapevolezza, un’educazione culturale che non dia ma si dia delle regole, le faccia comprendere e condividere dai ragazzi” che saranno certo così più disponibili a metterle in pratica, creando un principio culturale di protezione.

La cura dell’immagine di sé e degli altri quindi, “non come adempimento legale, ma come consapevolezza dell’uso opportuno di quel dato o di quell’immagine perché una volta in Rete, non si torna indietro”. C’è stato un tempo in cui il limite era il buoncostume e il metro la morale collettiva. Adesso serve forse ricreare una responsabilità collettiva per gestire l’immagine con consapevolezza.

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