Tartufo, si potrà coltivare anche il Bianco: lo spiega uno studio francese che ha dato i primi ‘frutti’. Più cauti i Tartufai sanminiatesi

L'agronomo: "Tutto è possibile, ma è una prima esperienza che va verificata scientificamente”. I possibili scenari

Potrà essere il sogno o la rovina di tutti i tartufai, questo è ancora presto per stabilirlo. Sicuramente è l’obiettivo che da decenni gli agronomi stanno cercando di raggiungere con vari tentativi un po’ in tutto il mondo: la coltivazione del tartufo bianco pregiato. Il tuber magnatum pico, questo il suo nome scientifico, che cresce anche sulle colline sanminiatesi ed è il più pregiato e caro dei tartufi. L’istituto nazionale di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente francese sarebbe riuscito a coltivare il prezioso fungo sotterraneo in natura, in aree in cui il tuber magnatum pico da solo non crescerebbe. La scoperta è accompagnata da uno studio scientifico.

L’annuncio dei ricercatori francesi è molto importante per tutto il mondo del tartufo: cavatori, commercianti e anche consumatori. L’offerta di tartufo bianco, che anche in Francia è conosciuto come “tartufo italiano”, spesso non soddisfa la domanda, soprattutto negli ultimi anni con il calo della produzione naturale e lo sviluppo che spesso non è più allineato ai tempi di raccolta (qui per saperne di più). La possibilità di coltivarlo artificialmente potrebbe rimescolare le carte in tavola e modificare sostanzialmente le quotazioni dei prezzi, ma non per forza portare a una riduzione dei guadagni. I primi tentativi di coltivarlo risalgono già agli anni Settanta in Italia, con tartufaie che hanno dato i loro frutti a distanza di 15 o 20 anni. Tuttavia, secondo gli studiosi con quei tentativi è impossibile stabilire la possibilità di coltivazione perché furono effettuati in zone dove il bianco si trova anche in natura. Intendiamoci quindi: non è che tentativi, anche parzialmente riusciti, finora non ce ne siano stati. E’ che l’investimento (in termini economici ma anche di tempo, fatica e dedizione come quasi sempre quando si parla di agricoltura) non è valso la candela, come si dice.

“La richiesta è condizionata dall’alto costo del prodotto – ha spiegato Guido Franchi, agronomo e vicepresidente dell’Associazione tartufai delle colline sanminiatesi -. Aumentando la disponibilità e potendo abbassare i prezzi si allargherebbe la compagine delle persone che accedono al mercato del tartufo. Si allarga il mercato e aumenta la commercializzazione, quindi non ci sarebbero problemi: non ci sarebbero perdite, i guadagni resterebbero invariati o magari aumenterebbero”. In altre parole, se davvero la coltivazione diventasse un sistema, l’abbassamento dei prezzi sarebbe ricompensato dall’aumento dei consumatori che possono permettersi di comprare il tartufo bianco. Ma c’è anche un altro possibile scenario, che vedrebbe i prezzi rimanere invariati: “Ci sarebbe un ridotto numero di persone che propongono sul mercato il prodotto naturale – ha detto Franchi – quindi è possibile ipotizzare due diverse linee di prezzo per quello al naturale e per quello coltivato. È vero che per il marzuolo, lo scorzone, l’uncinato, pur essendo coltivati, il prezzo è lo stesso. Ma con il bianco, viste le esperienze di coltivarlo e i risultati non soddisfacenti, sarebbe possibile pensare a una differenziazione”.

Lo studio

Dal 2008 è partita la ricerca in collaborazione tra l’istituto francese e il vivaio Robin e dopo anni le prime tartufaie di roverella, un tipo di quercia che “lega” con il tartufo , sono state messe a regime tra il 2011 e il 2015. Lo studio francese, al contrario di altri precedenti, ha scelto diverse aree, nessuna delle quali tartufigena. Sono state studiate cinque piantagioni di roverella in aree che, per ovvii motivi di riservatezza, non sono state svelate con precisione. Il vivaio Robin ha venduto piante micorizzate con il tartufo bianco che prima di essere commercializzate sono state controllate dagli esperti dell’istituto nazionale di ricerca francese nelle loro caratteristiche e nel loro Dna.

Il primo risultato cui sono giunti gli esperti è che il tartufo bianco ha resistito nel suolo tra i tre e gli otto anni dopo la piantumazione in quattro regioni su cinque, tutte con climi diversi. Le prime cavature nel 2019 con tre tartufi, mentre nel 2020 ne sono stati estratti quattro nella regione Nuova Aquitania. Tutti pesavano tra i 30 e i 56 grammi  e sono stati raccolti ognuno sotto una pianta diversa. Stando alle affermazioni dei ricercatori, dopo cinque anni e mezzo dalla messa a dimora delle piante, il 10 percento di queste hanno prodotto un tartufo. Secondo lo studio, questi risultati aprono alla possibilità di coltivare “artificialmente” il tartufo bianco al di fuori delle sue zone di diffusione, a patto che si piantino piante micorizzate di alta qualità e che tutto il processo sia meticolosamente seguito da esperti.

Franchi non si sbilancia in dichiarazioni piene di entusiasmo, ben conoscendo le esperienze passate e i vari tentativi falliti. “La ricerca si basa su risultati sperimentali ancora in fase embrionale – spiega l’agronomo -. Quando ci saranno altre pubblicazioni in merito avremo gli strumenti per valutare. Io sono del parere che mettendo le piante giuste nei luoghi giusti la micorizzazione avviene spontaneamente. La micorizzazione in laboratorio del micelio del fungo con la radice della pianta simbionte non è impossibile, come non lo è mantenere la micorizzazione per un po’ di tempo, ma il problema sorge una volta piantata nel terreno con tutta una serie di antagonisti. Tutto è possibile, ma è una prima esperienza che va verificata scientificamente”.

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