L’altra faccia dell’inchiesta Keu: la verifica e il ripristino ambientale con Arpat protagonista

A caccia di cromo e altre sostanze inquinanti e pericolose. Il punto della situazione

A caccia della presenza di cromo esavalente e altre sostanze inquinanti e pericolose nei terreni, in alcuni casi già provata, per evitare la penetrazione nella falde acquifere. La maxi inchiesta della Dda di Firenze, denominata Keu, in fase di indagini preliminari, è probabilmente la più delicata e complessa della Toscana, attualmente sul tavolo di inquirenti e investigatori.

Sono due fondamentalmente i piani d’azione: da un lato accertare le singole responsabilità penali di tutte le persone sottoposte ad indagini per diverse ipotesi di reato a vario livello e titolo, e dall’altro verificare le problematiche di tipo ambientale e gli eventuali impatti sulla salute dei cittadini e le relative soluzioni da adottare. In questa seconda direzione è fondamentale il ruolo che sta svolgendo Arpat. Da un lato consulente dei giudici e dall’altro promotore di uno studio congiunto per capre meglio e agire meglio da un punto di vista scientifico, perché se ne sa ancora troppo poco e i rischi sono enormi. Già lo scorso anno la Dda di Firenze ha dato mandato ad Arpat di effettuare sopralluoghi nei siti dove si ipotizzano siano stati interrati rifiuti pericolosi provenienti dal comparto conciario e proporre soluzioni per le opere di bonifica.

Ma oltre all’incarico della magistratura a febbraio scorso Arpat, il dipartimento regionale di scienze della terra hanno siglato un accordo e avviato una studio che durerà un anno inserisce nell’attività di approfondimento e analisi sul comportamento dell’aggregato riciclato contente keu nelle diverse matrici ambientali, in particolare acque sotterranee e suolo. La volontà regionale è quella di comprendere come il riciclato keu interagisca con le matrici ambientali, rilasciando sostanze, per quanto e in quanto tempo ed a quali condizioni. Tutto questo permetterà di scegliere le misure di risanamento ambientale da adottare nei singoli siti coinvolti nella vicenda keu. Perché questo studio ulteriore e approfondito? Perché se ne sa poco da un punto di vista scientifico e i risultati saranno fondamentali sia per l’ambiente e la salute sia per gli sviluppi giudiziari.

Le dichiarazioni ufficiali della Regione

L’assessora all’ambiente della Regione Toscana Monia Monni, spiegando la mission dello studio congiunto affermava: “Ormai da diversi mesi, siamo in corso di un’intesa attività di collaborazione tra Regione e Arpat, sotto l’egida della Dda di Firenze, per contribuire a fare luce sulla vicenda dell’aggregato riciclato contenente keu. La prima attività, che ha visto Regione e Arpat lavorare fianco a fianco su questa vicenda, risale alla primavera dello scorso anno, quando l’amministrazione regionale ha incaricato l’agenzia di analizzare le acque dei pozzi privati posti nelle vicinanze della strada regionale 429, dove è stato utilizzato l’aggregato riciclato contenente keu. In quel momento vi era una forte preoccupazione da parte della popolazione residente in quelle zone, a cui dovevano essere fornite prime risposte”.

Le dichiarazioni ufficiali di Arpat

Sui motivi più scientifici dello studio annuale che è in corso aveva spiegato molto chiaramente Pietro Rubellini, direttore generale di Arpat: “Stiamo uscendo da una prima fase caratterizzata dalla messa in sicurezza d’urgenza dei siti dove si è riscontrata la presenza di aggregato riciclato contenente keu. Ora entriamo nella fase in cui dobbiamo capire, in termini di prospettiva, come l’aggregato riciclato in questione si comporta nell’ambiente. Dobbiamo fare, in primo luogo, una distinzione tra il rifiuto keu e l’aggregato riciclato contenente keu, prodotto da Lerose. Sul primo, il rifiuto keu, abbiamo già diverse informazioni in quanto è frutto di un processo produttivo brevettato che genera questo tipo di rifiuto classificato come speciale non pericoloso, che, se correttamente smaltito, non crea problemi. Sul secondo, l’aggregato riciclato contenente keu, invece, abbiamo una conoscenza molto inferiore, soprattutto perché la ditta produttrice non ha ingegnerizzato il processo produttivo quindi i quantitativi in termini percentuali e, conseguentemente le composizioni, dell’aggregato riciclato non sono standardizzate. Questo significa che alcuni materiali contenenti keu possono avere diverse percentuali di rifiuto, concentrazioni differenti e perfino avere altri materiali oltre al keu al loro interno.

La nostra conoscenza su cosa accada all’aggregato riciclato, una volta inserito nei vari comparti ambientali, è scarsa quindi dovremo andare a vedere, sito per sito, che tipo di materiale sia stato utilizzato e che tipo di microambiente sia presente per capire come questo interagisce nell’ambiente che lo circonda. L’elemento più pericoloso, rilasciato dall’aggregato contenente keu è il cromo nella sua forma ossidata 6, ovvero il cromo esavalente. Qui si aprono prospettive diverse, infatti se questo si trova in un ambiente naturale fortemente riducente, viene ridotto a cromo 3, che è assolutamente insolubile e viene quindi bloccato mentre se il cromo esavalente si trova in un ambiente ossidante, lo scenario si prospetterebbe diverso: il cromo si diffonderebbe nell’ambiente circostante. Non bisogna dimenticare però che il cromo esce dall’aggregato riciclato se incontra un solvente, quindi diventa potenzialmente pericoloso quando entra in contatto con le piogge o con le falde. Per questo nella fase di messa in sicurezza d’emergenza, Arpat ha chiesto che venissero realizzate delle impermeabilizzazioni in grado di isolare il materiale contenente keu”.

Lo studio congiunto, i sopralluoghi in tutti i siti “sospetti” e le tre fasi del progetto

A marzo al via i primi sopralluoghi che proseguiranno ovunque in regione, e nell’impianto di trattamento fanghi del Consorzio Aquarno durante il sopralluogo sono stati prelevati da Arpat alcuni campioni che Università di Pisa utilizzerà per approfondire la caratterizzazione mineralogica e geochimica del materiale keu, in particolare per quanto riguarda il cromo. Il progetto, infine, prevede altre due fasi da sviluppare nell’arco di un anno, necessarie per comprendere come l’aggregato riciclato contenente keu si comporti nell’ambiente. La seconda fase riguarda la conoscenza di come il materiale interagisce con l’ambiente e con gli altri materiali con cui viene a contatto, simulando il suo comportamento e le interazioni nei microcosmi, cioè in ambienti riprodotti artificialmente che simulano gli ambienti naturali.

Terza fase: individuazione di possibili soluzioni basate sul metodo scientifico di cui avvalersi per mitigare o risolvere il problema. Si tratta di esperimenti guidati che verranno poi ripetuti nell’esperienza reale, l’ultima fase del progetto, infatti, sarà dedicata all’osservazione di quanto accade realmente nei diversi siti dove questo materiale è presente, così da verificare se quanto sperimentato in laboratorio abbia riscontro nella realtà.

La presenza di cromo già accertata da Arpat in alcune zone a seguito dell’incarico ricevuto dalla Dda nel 2021

L’attività di monitoraggio delle matrici ambientali è iniziata a maggio 2021 su richiesta della Dda e della Regione Toscana. Su delega della magistratura, Arpat ha prelevato, a maggio 2021, alcuni campioni di suolo da 6 trincee realizzate sul gradone ai piedi del rilevato stradale e nel tratto della Srt 429 – lotto V ed un saggio superficiale mediante asportazione dell’asfalto tra la banchina e la sede stradale.

“Quest’ultimo, in particolare, ha mostrato superamenti delle massime concentrazioni ammissibili per i metalli, in particolare Cromo e Antimonio, considerati indicatori del potenziale impatto dovuto alla presenza di materiale riciclato contenente Keu mentre dal test di cessione risultano superamenti per il parametro Cromo totale e Solfati”. In altri tratti i limiti erano nella norma. Nel tratto stradale, sottoposto ad indagine, sono state messe in atto misure di prevenzione, che, come disposto dalla normativa, “iniziative per contrastare un evento, un atto o un’omissione che ha creato una minaccia imminente per la salute o per l’ambiente, intesa come rischio sufficientemente probabile che si verifichi un danno sotto il profilo sanitario o ambientale in un futuro prossimo, al fine di impedire o minimizzare il realizzarsi di tale minaccia”. Nel caso specifico le misure di prevenzione realizzate consistono nell’installazione di una copertura temporanea dei suoli nel tratto risultato contaminato, secondo quanto emerso dalle indagini preliminari; al piede della copertura suddetta è stata realizzata, per tutto il suo sviluppo, una canaletta per la raccolta delle acque di dilavamento del rilevato, con convogliamento finale delle acque in appositi serbatoi di raccolta.

Infine, è stata apposta una recinzione con cancello per evitare l’accesso di lavoratori o cittadini non autorizzati. Tali misure hanno la finalità di impedire il contatto del materiale con gli agenti atmosferici. Le indagini proseguono così come le verifiche e i sopralluoghi di Arpat, metodi diversi ma una finalità comune: capire meglio per agire meglio a 360 gradi.

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