Arpat boccia i corsi d’acqua del Cuoio

Brutte notizie per le acque superficiali nella zona del Cuoio secondo i dati dell’Arpat. Rispetto alle analisi del trienno 2013-2015, infatti, quelli del 2016-2019 vedono un leggero miglioramento solo per la parte a valle dell’Egola. 
Le analisi riguardano una serie di attività comprendenti, per lo stato ecologico, la rilevazione di elementi di qualità biologica (macroinvertebrati, diatomee, macrofite), alcuni elementi chimici e chimico-fisici (concentrazioni di nutrienti e livelli di ossigeno), mentre per lo stato chimico il monitoraggio prevede la ricerca di inquinanti specifici e nel biota, seppur a livello sperimentale.

I dati del bacino dell’Arno
Lungo il corso dell’Arno la qualità chimica ed ecologica diventa progressivamente scadente. Partendo dalle sorgenti con stato ecologico elevato e chimico buono fino ad arrivare a stato ecologico cattivo e chimico non buono”nel tratto pisano. Anche Usciana e Bientina risultano, dice Arpat “pesantemente compromessi dal punto di vista sia ecologico che chimico”.
Se il tratto a monte del torrente Egola presenta una buona qualità ambientale, più critico il tratto a valle. “A tal proposito – scrive Arpat – è stato valutato l’impatto delle attività umane in prossimità della zona industriale del Pruneta nel Comune di San Miniato, dove esiste una fognatura industriale separata pubblica che comunque conferisce i reflui direttamente al depuratore. Dal momento che le aziende della zona sono caratterizzate in maniera prevalente da attività legate alla concia delle pelli, il valore di cadmio riscontrato risulta anomalo rispetto ai processi produttivi”.
Per lo stato ecologico Arpat rileva un modesto miglioramento per il bacino dell’Arno. Guadagnano infatti una classe superiore sono le zone Egola Valle, Era monte, Fossa Chiara e Crespina. “Il lieve miglioramento nel secondo triennio – spiega ancora Arpat – potrebbe significare una più vantaggiosa condizione del corpo idrico stesso, pur rimanendo un evidente impatto negativo nello stato chimico”.
“Se, dal punto di vista ecologico, almeno i tratti di monte conservano caratteristiche tali da consentire il raggiungimento degli obiettivi di qualità – commenta però Arpat – altrettanto non si può dire per quanto riguarda lo stato chimico: infatti la quasi totalità dei corpi idrici monitorati presenta valori di inquinanti di origine antropica non compatibili con il buono stato chimico. Gli inquinanti che determinano lo stato chimico non buono sono ricorrenti sia nel bacino dell’Arno sia nel Toscana Costa ed in particolare si segnalano: mercurio, tributilstagno, acido perfluoroottansolfonico e nichel”.
Arpat segnala inoltre che negli ultimi anni ha avviato un’importante campagna di ricerca dei composti perfluorurati (Pfas) nelle acque, responsabili di gravi situazioni di inquinamento che hanno avuto anche notevole eco mediatica come ad esempio il caso delle acque di falda in Veneto. “Questi composti perfluorurati – dice Arpat – engono impiegati, oltre che per i contenitori per alimenti e le superfici antiaderenti per le padelle, nell’industria tessile come impermeabilizzanti per l’abbigliamento, in particolare sportivo, e tra essi il Pfod è stato frequentemente rinvenuto nelle acque del bacino dell’Arno. Il Pfos nei 19 campioni di biota è risultato in concentrazioni inferiori allo SqaA (9,1 µg/kg), ma sono comunque da evidenziare due casi con concentrazione dell’ordine dell’unità di cui uno nel tratto pisano dell’Arno nel pesce prelevato a Ponte di Calcinaia (5,4 µg/kg)”.

 

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