Multa da 2500 euro per aver organizzato cene con gli ‘amici’ in casa. Va in giudizio e vince: il comune di Montopoli condannato a risarcire

Per il giudice manca il riferimento normativo che legittimi la sanzione e l'ordinanza dell'amministrazione

Una storia che è al limite del paradossale, ma che per essere risolta ha richiesto due anni di processo, gravando sui tempi della giustizia. Il tutto per l’annullamento degli atti del Comune di Montopoli con l’obbligo per lo stesso municipio di risarcire la controparte.

Tutto comincia nel 2016 quando un cittadino residente a Montopoli decide di adibire la propria casa a home restaurant comunicandolo anche sui social. Risultato: il Comune sanziona il cittadino per non avere preventivamente presentato la documentazione necessaria, all’apertura di un’attività di somministrazione.

Non solo il Comune nel 2016 emise anche un’ordinanza di chiusura della presunta attività di home restaurant vietando al malcapitato cittadino di fare delle cene con gli amici e dividere le spese come lui stesso spiegò al tempo dei fatti. Risultato ora il comune dovrà risarcirlo.

“Il ricorso deve essere accolto e l’ordinanza annullata”. Sono queste infatti le parole del giudice di pace di San Miniato che condannano il Comune di Montopoli in Valdarno a risarcire i titolari – o meglio, i padroni di casa – dell’home restaurant. Il giudice ha confermato l’infondatezza dell’ordinanza di chiusura per la mancanza di vincoli giuridici che obbligassero i titolari a comunicare l’inizio della loro attività, e cioè a presentare la Scia, la segnalazione certificata inizio attività.

Il danno da risarcire il giudice lo ha quantificato in 325 euro, che sommati alle altre spese legali fanno 430. L’amministrazione comunale di Montopoli durnate l’ultimo consiglio comunale del 30 dicembre ha comunicato che non si appellerà al secondo grado e quindi pagherà le spese il risarcimento. In più, la sentenza costringe il Comune ad annullare l’ordinanza emessa nel 2016 con cui intimava alla controparte di pagare un’ammenda di 2500 euro per aver omesso la comunicazione dell’apertura dell’home restaurat.

Gli home restaurant sono un modo tanto innovativo quanto poco normato. Nell’assenza di un legge nazionale sussiste solo un indicazione del ministero, di organizzare eventi e cene. Chiunque voglia ospitare a casa propria conoscenti, parenti, ma anche turisti di passaggio o sconosciuti, può mettere a disposizione la propria cucina e condividere cibo e spese. Una maniera ideale per far conoscere la cucina locale ai turisti che ogni anno visitano i borghi e le città di tutto il mondo. In questo progetto, nel 2016, aveva investito anche un cittadino di Montopoli, che però aveva visto recapitarsi un’ordinanza di chiusura dal Comune per mancata comunicazione di inizio attività.

Tra le attività nel mirino dell’ente, c’era anche la pubblicità in rete che divulgava l’esistenza di questo home restaurant cosa che il comune aveva interpretato come prova dell’attività di ristorazione. Si è parlato negli ultimi anni della concorrenza sleale che questo tipo di attività procurava ai danni dei ristoratori, i quali devono sopportare una stringente normazione in termini di permessi e requisiti igienico sanitari per la somministrazione e conservazione degli alimenti. Il punto, però, è che, al momento, non esiste una legislazione che impedisca ai padroni di casa di aprire un home restaurant.

Tra le motivazioni della sentenza si legge che non sia stata fornita in giudizio una “prova adeguata dei fatti costituitivi della pretesa sanzionatoria della pubblica amministrazione”. In sostanza, le prove addotte dal Comune in quanto ente resistente, non hanno convinto il giudice, che ha sottolineato quanto l’interpretazione di una risoluzione del ministero dello sviluppo economico, al quale l’ordinanza di chiusura fa riferimento, non abbia una valenza normativa. È la stessa memoria del Comune – scrive il giudice – che ammette l’assenza di una legislazione chiara sulla materia. Inoltre, la sentenza contesta al comune di Montopoli anche l’assimilazione dell’home restuarant a un’attività aperta al pubblico, per il semplice fatto che gli eventi e le cene organizzate venivano pubblicizzate su Facebook.

Ma la sola pubblicizzazione in rete non basta per poter qualificare un’iniziativa privata, quale quella degli home restaurant, come un’attività aperta al pubblico. Infine, secondo la stessa risoluzione del ministero dello sviluppo economico citata dal Comune, la presentazione della segnalazione certificata inizio attività è richiesta soltanto nel caso in cui l’attività di home restaurat sia svolta in “zone tutelate”, mentre, secondo il giudice, non ci sono elementi che possano far considerare Montopoli in quella classificazione.

Il ricorso del padrone di casa è quindi accettato e considerato legittimo. Un risarcimento di poco più di 400 euro probabilmente non può comunque compensare gli anni di sospensione dell’attività più che altro la limitazione di una libertà del cittadino. Senza alcun dubbio, però, la sentenza del giudice di pace costituisce un importante precedente per l’evolversi di questo fenomeno, che nel frattempo si è diffuso in tutto il mondo.

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