Infiltrazioni mafiose nelle concerie, il Tar rinvia la decisione

Intanto una conceria finita nel mirino del prefetto rimuove gli elementi a rischio mafia e un'altra accetta i controlli del tribunale sui capitali

Vederci chiaro, vederci bene, fino a dopo le feste. E’ una posizione di assoluta cautela quella uscita dall’udienza martedì 15 dicembre dalla seconda sezione del Tar della Toscana, di fronte al quale si è sviluppato l’ultimo capitolo sulle interdittive antimafia imposte a settembre dal prefetto di Pisa Giuseppe Castaldo, su alcune aziende del settore conciario nei comuni di Santa Croce sull’Arno, Castelfranco di Sotto e San Miniato alla luce di alcuni elementi emersi dalle inchieste della procura distrettuale antimafia (qui).

Per interdittiva antimafia, regolata dal Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, si intende un procedimento puramente amministrativo, quindi non penale, per il quale un’azienda ritenuta in alcune sue attività a rischio di infiltrazione mafiosa viene bloccata in tutti i suoi rapporti con le pubbliche amministrazioni. Si tratta, in genere, di autorizzazioni. Nel caso di aziende come quelle coinvolte in questo caso, operanti nel settore conciario, l’interdittiva può in pratica colpire con effetti pesanti sulle autorizzazioni, ambientali e non solo rilasciate dagli enti locali a cominciare dai comuni. Le aziende destinatarie dell’interdittiva sono inoltre oggetto di ulteriori monitoraggi sulle attività economiche, mentre contro di esse sono presi provvedimenti anche da parte delle amministrazioni comunali e degli altri enti (come la Regione) a cui competono tutte le autorizzazioni che a cose normali consentono ad un azienda di portare avanti le sue produzioni.

Ad essere colpite in pieno dalla misura prefettizia di settembre erano inizialmente cinque aziende del Comprensorio, ma solo tre sono finite di fronte ai giudici martedì scorso nel tentativo di uscire dalla morsa dei controlli e dei monitoraggi sulle proprie attività impugnando di fatto il provvedimento prefettizio davanti al tribunale amministrativo. Un’altra, negli ultimi due mesi, non aveva presentato alcun ricorso, probabilmente in quanto già inattiva per motivi diversi dal provvedimento.

Il destino delle tre aziende ricorrenti si è parzialmente separato in sede di giudizio martedì, con un rigetto in tronco del ricorso nel caso di una delle aziende santacrocesi, una disposizione di ulteriori valutazioni per una seconda impresa, che nelle settimane scorse avrebbe messo in campo una serie di azioni volte a rimuovere l’oggetto dei rilievi della Prefettura ed infine un parziale accoglimento dei rilievi presentati in un terzo caso.

Almeno nel caso di un’azienda santacrocese, il ricorso contro l’interdittiva è andato nel peggiore dei modi: il tribunale, valutate le ragioni del ricorrente circa la sua non consapevolezza del rischio di infiltramento mafioso in azienda, ha infatti ritenuto necessario andare avanti comunque con i provvedimenti. “La mancanza di tale specifico elemento psicologico – si legge infatti nella sentenza del 15 dicembre – non elide l’oggettivo contesto di strumentalità mafiosa in cui si inseriscono tali condotte che, nella loro oggettività, non possano che confermare l’esistenza di una debolezza dell’impresa e di un corrispettivo rischio di sua attrazione nell’orbita delle organizzazioni mafiose, con l’immissione di capitali illeciti destinati ad inquinare il libero e naturale sviluppo delle attività economiche del settore conciario toscano”.

In altre parole, indipendentemente dal fatto che i vertici dell’azienda fossero consapevoli o meno di avere in corso affari, attività o modifiche societarie con possibili soggetti a rischio o in odore di mafia, i motivi di un controllo giudiziario sulle attività è stato ritenuto comunque doveroso, proprio per evitare le infiltrazioni. Sempre all’azienda in questione, poi, i giudici imputano di non aver “attivato alcuna delle possibili iniziative ed alcuno degli strumenti predisposti dall’ordinamento al fine della fuoriuscita definitiva dell’impresa dal cono d’ombra della mafiosità”.

Non tutte le aziende coinvolte sono state con le mani in mano: una delle tre ricorrenti, infatti, come previsto dalla normativa, ha presentato ricorso contro la decisione prefettizia e ottenuto la sospensione della stessa, ma al contempo, con lo scopo di mettersi in regola, ha posto in essere azioni che il tribunale definiva due settimane fa “misure di self cleaning”. L’azienda in questione lo scorso 6 novembre ha richiesto un riesame e ha ottenuto una parziale accettazione del ricorso: l’interdittiva della Prefettura è stata infatti revocata, anche se al 15 dicembre restavano in auge tutti i provvedimenti messi in campo nel frattempo da altri enti, come la Regione ed il comune di Santa Croce, che come previsto in questi casi avevano messo in stop tutte le autorizzazioni all’azienda. Per un definitivo scioglimento delle ultime riserve anche da parte degli enti locali si è rinviato in questo caso l’udienza al 21 gennaio.

Infine, la terza azienda ricorrente, di Castelfranco, ha di fatto accettato di farsi controllare, acconsentendo a tutte le procedure previste per le imprese sottoposte a controllo giudiziale sulle attività economiche e affini. In pratica l’azienda ricorre contro la decisione del Prefetto, ma accettando di essere monitorata dal Tribunale per operazioni di una certa importanza. Tale istanza, è stata discussa il 9 dicembre scorso davanti il Tribunale di Firenze che si è preso trenta giorni per decidere, così il giudice amministrativo ha rinviato la trattazione al 21 gennaio 2021.

Non vi sono al momento elementi sul destino della quinta e ultima azienda coinvolta in tutta la vicenda, per la quale si più solo ipotizzare che l’iter dell’interdittiva abbia subito uno stop o siano ancora in corso ulteriori accertamenti prima di una decisione sul da farsi da parte della azienda.

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