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Traffico illecito di rifiuti, alcuni esponenti ai vertici del sistema conciario nei guai. Indagata la sindaca di Santa Croce foto

Blitz dei carabinieri e dei nuclei forestali, i militari anche in Comune. Corruzione e abuso d'ufficio le accuse nei confronti anche di due dirigenti regionali

L’ombra della ‘ndrangheta sul comprensorio del Cuoio. E’ l’ipotesi suggerita da tre filoni d’indagine di una maxi inchiesta della Dda di Firenze che stamani (14 aprile) è culminata in un blitz con arresti e perquisizioni. Gli inquirenti hanno gli occhi puntati su Santa Croce sull’Arno. Per la Dda sarebbe al centro di un traffico illecito di rifiuti su cui avrebbe messo le mani la mafia. Si tratta dell’ultimo passaggio che chiude una prima fase dell’operazione antimafia chiamata Keu condotta dai carabinieri e dai nuclei forestali dell’Arma.

Concerie e smaltimenti illegali

Al centro della indagini è finito il sistema di smaltimento dei rifiuti conciari di Santa Croce sull’Arno. L’indagine avrebbe raggiunto anche alcuni soggetti ai vertici dell’associazione conciatori e della pubblica amministrazione: nel registro degli indagati risulta infatti iscritta anche la sindaca di Santa Croce Giulia Deidda. Un atto dovuto, a seguito di una perquisizione eseguita anche nella sede dell’amministrazione. In questo filone sono indagati anche due dirigenti regionali.

Indagati anche amministratori e funzionari

Tra i 19 indagati, sei risultano denunciati a piede libero e quattro di essi sono esponenti politici toscani e dirigenti di enti pubblici: si tratta di Ledo Gori, capo di gabinetto del presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani ed ancora prima di Enrico Rossi, il dirigente della direzione ambiente ed energia della Regione, Edo Bernini, il consigliere regionale Andrea Pieroni (Pd), oltre alla sindaca di Santa Croce. Con l’ipotesi di corruzione e abuso di ufficio sono indagati Gori, Bernini e Pieroni. Stessi reati ipotizzati per Deidda, presidente di Poteco, nei confronti della quale è contestata anche l’associazione a delinquere in concorso con un gruppo di imprenditori del settore conciario indagati nella stessa inchiesta.

Perquisizioni e misure

Un vero e proprio terremoto giudiziario che si abbatte sul settore traino dell’economia del comprensorio e che ipotizza una serie di illeciti che – è bene dirlo – dovranno trovare ulteriori conferme. Nella mattianta sono state eseguite complessivamente in tutta l’operazione che si articola su vari territori, 6 misure di custodia cautelare, di cui una in carcere e 5 ai domiciliari, 7 misure di interdizione dall’attività imprenditoriale e oltre 60 perquisizioni. Sono spuntati negli atti della procura firmati dal gip anche sequestri per equivalente per oltre 20 milioni di euro.

Guai per il settore dei conciatori

Secondo quanto emerso dalle indagini alcuni soggetti al vertice dell’associazione Conciatori di Santa Croce sull’Arno rappresentano il fulcro decisionale di tutto l’apparato oggetto dell’indagine, che agisce con le modalità e la consapevolezza di un sodalizio organizzato per la commissione di reati, utilizzando a tale scopo i vari consorzi che compongono, ciascuno nel proprio ruolo, il circuito stesso del comparto. Quello che si è venuto a creare negli anni è un vero e proprio sistema che vede coinvolti l’associazione Conciatori di Santa Croce ed alcuni singoli consorzi.

Il comparto industriale della concia delle pelli rappresenta un settore di particolare rischio ambientale per la produzione di rifiuti, la cui gestione illecita provoca conseguenze in termini di contaminazione dei corpi recettori nei quali vengono recapitati gli scarichi, ma anche contaminazione dei suoli nei quali vengono riutilizzati i rifiuti, fittiziamente recuperati o sottoposti a procedure di gestione insufficienti.

Le indagini hanno ipotizzato un meccanismo costruito negli anni, che avrebbe dovuto assicurare, stando agli inquirenti, un riciclo praticamente totale dei rifiuti prodotti dal comparto, con un conferimento in discarica sostanzialmente residuale, di fatto non raggiunge il risultato di ottenere un ciclo che recupera i rifiuti efficacemente e lecitamente.

In particolare è emerso che i rifiuti derivanti dal trattamento dei fanghi della depurazione degli scarichi delle concerie trattati dal complesso industriale Aquarno, e denominati Keu, consistevano in ceneri che presentano concentrazioni di inquinanti tali da non poter essere riutilizzati per recupero in attività edilizie di riempimento di rilevati o ripristini ambientali, ed invece erano inviati ad un impianto di produzione di materiali riciclati che provvedeva a miscelare questo rifiuto con altri inerti e a classificarlo materia prima per l’edilizia, così da essere impiegato in vari siti del territorio con concreto pericolo di contaminazione del suolo e delle falde. Inoltre sono emerse altre criticità per quanto le attività di scarico delle acque depurate operate dallo stesso depuratore Aquarno che riversa nel corpo recettore, il canale Usciana, acque non adeguatamente depurate. Anche la fase di lavorazione del cromo esausto ha presentato notevoli profili di criticità, essendo commercializzato dopo un trattamento, come materia prima pur non avendone i requisiti, e rimanendo un vero e proprio rifiuto.

Il lotto della Sr 429 e i presunti affari della cosca

Di particolare rilievo la circostanza che il titolare dell’impianto di trattamento abusivo dei materiali riciclati  Francesco Lerose fosse in stretto contatto con ambienti di spessore criminale della cosca Gallace, i quali avevano preso il controllo del subappalto del movimento terra per la realizzazione del V lotto della Srt 429 empolese. Grazie a questi contatti e infiltrazioni risulterebbero stati smaltiti abusivamente nei rilevati della superstrada circa 8000 tonnellate di rifiuti contaminati.

Questo episodio costituisce il collegamento investigativo tra l’indagine denominata Keu e l’indagine svolta dai carabinieri del Ros denominata Caltruria, poiché attraverso la ditta mugellana, ritenuta infiltrata da esponenti della cosca Gallace, è stato possibile ricostruire da parte del Ros il controllo del movimento terra nell’appalto del quinto lotto della strada regionale 429 con condotte estorsive, e contemporaneamente è stato possibile ricostruire da parte dei carabinieri Forestali e dei carabinieri del Nucleo ecologico la collaborazione fornita da Francesco Lerose alla con la fornitura di ingenti quantitativi di rifiuti contaminati smaltiti abusivamente quale sottofondo o rilevato per le opere realizzate nell’appalto pubblico.

È stato inoltre verificato che il peso economico del comparto, consente ai suoi referenti di avere contatti diretti che vanno anche oltre i normali rapporti istituzionali con i vertici politici e amministrativi di più enti pubblici territoriali, che a vario titolo avrebbero agevolato in modo sostanziale il sistema, alcuni dei quali figurano fra gli indagati.

 

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