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“Un atto amministrativo non può limitare le libertà personali”: giudice di Pisa boccia il Dpcm di Conte

Assolto un imputato accusato di aver violato il decreto dell'8 marzo 2020 che imponeva di rimanere in casa se non per lavoro, salute o necessità

Per un giudice del tribunale di Pisa il decreto antiCovid del governo Conte era illegale.

Sono state pubblicate le motivazioni di una sentenza destinata a far discutere. Con sentenza 419 del 17 marzo scorso, infatti, il tribunale di Pisa in composizione monocratica (giudice Lina Manuali) ha assolto un imputato dal reato di cui all’articolo 650 del codice penale (inosservanza dei provvedimenti dell’autorità), “perché violava l’ordine imposto con decreto dell’8 marzo 2020 per ragioni di igiene e sicurezza pubblica, di non uscire se non per ragioni di lavoro, salute o necessità”.

L’assoluzione pronunciata dal tribunale è con formula piena, cioè quella prevista dal primo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale (perché il fatto non sussiste). Queste e motivazioni del giudice ordinario, che scrive in sentenza: “Solo un atto avente forza di legge e non un atto amministrativo, come è il decreto, può porre limitazioni a diritti e libertà costituzionalmente garantiti”.

Oltre ad elencare le libertà fondamentali illegittimamente compresse (tra le quali quella personale, di circolazione, di riunione, di associazione, religiosa ecetera), il tribunale pone a fondamento della propria sentenza di assoluzione il mancato rispetto della riserva di legge assoluta, di quella giurisdizionale e dell’obbligo di motivazione di cui all’articolo 13 della Costituzione in materia di libertà personale. Nello specifico, in relazione al decreto dell’8 marzo 2020 e a quelli successivi, il giudice rileva l’importanza della inviolabilità della libertà personale sancita dal primo comma dell’articolo 13 della Costituzione, evidenziando che la sua limitazione può essere consentita nei soli casi tassativamente previsti dalla legge (dunque da un atto avente forza di legge e non da un atto amministrativo, peraltro sottratto al controllo della Consulta) e solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria.

Il giudice, procedendo con l’assoluzione degli imputati, sostiene che le restrizioni imposte infierivano sui diritti fondamentali degli individui. Diritti che non potevano essere superati o limitati con un Dpcm. Una sentenza destinata a fare “rumore”.

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