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Bella Ciao e Fischia il vento: il saluto al compagno Tito, ultimo dei partigiani di Empoli foto

Commozione per l'ultimo saluto a Santa Maria a Ripa

L’ultimo saluto a William Lucchesi, il ‘compagno Tito’. Bella Ciao e Fischia il vento risuonano per l’ultimo dei partigiani di Empoli, scomparso a 95 anni

La famiglia, la moglie Mirella, i figli Anna e Arturo, le nipoti Rachele, Rebecca e Olivia, con loro altri congiunti, amici, conoscenti.  E poi al loro fianco il gonfalone civico del Comune di Empoli col sindaco Brenda Barnini, il presidente del consiglio comunale Alessio Mantellassi, Anpi Empoli, Anpi Vinci, Aned Empolese Valdelsa, lo Spi Cgil con Silvano Pini. Tutti presenti al funerale che si è svolto questa mattina (14 luglio) a Santa Maria a Ripa, col feretro accompagnato dalla sua abitazione al sagrato della chiesa.

Poi il saluto con Bella Ciao e Fischia il vento accompagnate dalla tromba del maestro Giuseppe Alberti.

Le istituzioni non hanno parlato. Lo ha fatto Alessandro Cioni, dell’Anpi di Empoli, un nipote aggiunto per Tito. In pochi minuti ne ha raccontato la vita, il perché della scelta antifascista e della lotta partigiana di Lucchesi che si è spento lunedì.

Cioni è partito da una sera a Samminiatello, oltre dieci anni fa, quando William raccontò la sua storia di vita e ha parlato rivolgendosi al feretro, poco fuori dalla chiesa

Come un nonno con i propri nipotini, tornasti indietro negli anni e per tre ore ti sforzasti a raccontare il più possibile, senza tralasciare i dettagli, perché sono stati i dettagli a farci capire che la Resistenza non è stata un gioco. La morte di tua mamma di malattia quando eri appena un bambino, la morte del babbo ammazzato di botte dai fascisti. Le botte te le sei prese anche tu da quelle squadracce e solo perché ti sei rifiutato di cedere loro un altro pezzetto di te: il tuo nome, che tua madre aveva scelto per te. Volevano infatti che tu ti chiamassi Romano, dato che William era un nome anglofono e, a loro personale giudizio, non andava bene nell’italianissima patria fascista. Una di queste volte, le botte furono così tante al punto che nemmeno tua sorella ti riconobbe quando ti riportarono, abbandonandoti moribondo, a casa. Ma dopo quella volta te lo sei detto: da ora in poi di botte non le prendo più! Ed ai fascisti gli hai reso colpo su colpo con gli interessi. Da quel giorno diventasti antifascista e poi partigiano, ma non un partigiano qualsiasi, un gappista della gloriosa settima Gap di Bologna. Questo perché eri bravo a fare la guerra e non avevi paura. Ma, ce lo hai sempre detto: non avevi paura non perché incosciente ma perché il fascismo ti aveva già  tolto tutto e non avevi niente da perdere. Difficile era la vita del gappista: stare giorni rintanato in casa, nel silenzio di quelle stanze che non erano mai Casa, con la paura di essere scoperti dai fascisti, che ai partigiani catturati riservavano sempre tremende torture. Poi arrivava la chiamata  improvvisa del Partito comunista, una riunione al lume di candela, il commissario politico che spiegava il piano, neanche il tempo di pensare che bisognava passare all’azione. Colpire, scappare e nascondersi di nuovo. Ci hai parlato della battaglia di Porte alle Lame, dell’attentato alla Casa del fascio e dell’assalto al carcere di Bologna, dove venisti identificato da un fascista tuo compaesano e per questo il Partito ti fece scappare in fretta, con una taglia che ti pendeva sulla testa. Destinazione Siena, Brigata Garibaldi Spartaco Lavagnini . Un viaggio di tre giorni a piedi, con  scarpe lacere, accompagnato da una staffetta diversa che ti guidava ogni 10 km.  Ci hai parlato di cosa vuol dire non poter dormire per mesi nello stesso posto per due notti di seguito. Passando da monte Maggio, monte Cuoio, ci hai raccontato cosa vuol dire vegliare su un compagno ferito a morte in battaglia, che chiama la mamma oppure che ti chiede di portare i saluti alla fidanzata. Ci hai raccontato cosa vuol dire entrare in un paesino e scoprire che era già stato occupato dalle truppe magrebine che avevano stuprato donne e ragazzine. E lì la rabbia ed il senso di ingiustizia che non ha colore politico. E la canna del tuo mitra Sten piegata, fusa a seguito delle pallottole che hai sparato per mettere quelle bestie in fuga. Dalla Spartaco Lavagnini poi ti sei arruolato nella Cremona (come se non avessi dato abbastanza), con la Toscana già liberata, c’era da liberare l’Italia. E passo dopo passo, risalendo il paese, fino a Venezia, fino alla Vittoria. Mi ricordo la commozione dei compagni e delle compagne alla fine di questo incontro. Molti avevano le lacrime agli occhi.Non è la stessa cosa sentir parlare di Guerra e Resistenza dai libri e dai film, e vederla nei tuoi occhi e sentirla raccontare dalle tue parole, tu un protagonista diretto, che hai deciso di aprire tutte quelle ferite per noi, per farci capire e comprendere, non risparmiando i molti dettagli truci, che non voglio in queste righe raccontare, fatti di violenza e sangue che avrebbero sconvolto l’esistenza di ogni persona civile.E così è stato per te, William. Che hai sognato i giorni della guerra per il resto della vita. Che ha rivisto per sempre i fantasmi dei compagni morti in combattimento. Tu che la violenza l’hai sempre ripudiata.  Tu che ad Empoli tutti ti vogliono bene, conosciuto per essere una brava persona, galantuomo di altri tempi. Tu William che dopo la guerra, dopo aver sotterrato le armi, ti dedicasti solo al lavoro e alla famiglia, consapevole di aver fatto il tuo dovere di uomo. Tito, il partigiano comunista che ha combattuto il fascismo e che a chi chiedeva “Perché l’hai fatto?” rispondeva sempre Perché andava fatto!. William, il mio nonno acquisito, che ogni volta che lo sentivo al telefono si raccomandava di portare i suoi saluti a casa e mi ricordava di non smettere mai di amare e rispettare mia moglie Giulia. Perché la Resistenza è stato questo. Niente altro che amore

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