Crac del Credito Cooperativo Fiorentino, Verdini & Co. dovranno risarcire 5,5 milioni di euro ai correntisti

Prima sentenza civile che riconosce il diritto a chi ha perso i propri risparmi nel fallimento dell'istituto di credito

Crac del Credito Cooperativo Fiorentino, dopo la sentenza della Cassazione dello scorso anno che ha condannato Denis Verdini e agli altri imputati per bancarotta fraudolenta, arriva la prima sentenza civile di risarcimento.

Ad ottenere la sentenza di condanna al risarcimento dei danni per gli ex clienti e correntisti della banca è stato il Fondo di garanzia dei depositanti. I giudici di primo grado del tribunale di Firenze hanno condannato Denis Verdini, Marco Rocchi, Fabrizio Nucci, Franco Galli, Enrico Luca Biagiotti, Piero Italo Biagini, Mauro Marcocci, Gianluca Lucarelli, Luciano Belli, Antonio Marotti, nonché Fabio Ceri, Andrea Ceri, Elena Gabbiani quali eredi di Simonpiero Ceri, tutti in solido tra loro, a pagare al Fondo di garanzia dei depositanti del Credito Cooperativo la somma di 5,5 milioni di euro a titolo di risarcimento del danno. Il Fondo prevede un massimale di 100mila euro per ogni correntista che ha perso i propri soldi nel crac dell’istituto di credito.

I guai dell’ex Credito cooperativo fiorentino iniziarono nel 2010, con una prima ispezione della Banca d’Italia. La situazione economica dell’istituto era traballante: dopo due anni di amministrazione straordinaria, nel 2012 il tribunale di Firenze ne sentenziò il fallimento. Ma mentre l’attività, a garanzia dei risparmiatori, venne rilevata da Chianti Banca, i pm fiorentini aprirono un’inchiesta.

Secondo le ipotesi dei pm, Verdini aveva usato la banca come un ‘bancomat’ personale. Sul fallimento del Credito fiorentino, la Cassazione, nella sentenza dello scorso anno riportata nella sentenza civile dei risarcimenti per i correntisti, dei giorni scorsi,  aveva affermato che le “anomalie” riscontrate dai giudici di merito ed “esaustivamente motivate”, sono “tanto più significative se rapportate alla natura cooperativa dell’istituto di credito”: l’attività ispettiva di Bankitalia ha stigmatizzato “una gestione spregiudicata, volta a consolidare le relazioni di affari tra la banca e un importante, ma decadente, gruppo industriale”. La banca era stata poi commissariata e posta in liquidazione.

I processi hanno messo in luce come le erogazioni contestate abbiano avuto per la maggior parte quali destinatarie società riconducibili al gruppo Fusi-Bartolomei, “nonostante – scrive il collegio – la consapevolezza nei vertici della banca dell’inesorabile declino del gruppo”.

“L’attività ispettiva della Banca d’Italia – si legge nella sentenza – evidenziava fin dal 2006 le gravi anomalie della governance aziendale, accentrata nella persona di Verdini, incontrastato dominus di un istituto strumentalizzato ai fini personali, in assenza di un organo di controllo sindacale realmente autonomo e critico rispetto alle scelte gestorie”. Nelle distrazioni contestate a Verdini – scrivono i supremi giudici – emergono una serie di costanti, che rendono “del tutto implausibile” ritenere che vi sia stata “mera negligenza nelle concessioni di fidi”, al contrario emerge “una chiara volontà dell’imputato di tenere a galla il gruppo societario, in spregio a ogni regola prudenziale”.

In sede civile il Fondo ha ottenuto anche la condanna di alcuni gruppi assicurativi che dovranno sopperire in mancanza di adempimento da parte dei condannati che dovranno anche pagare 60mila euro di spese legali. Per i correntisti dell’ex istituto di credito ora si intravede la possibilità concreta di recuperare i soldi perduti.

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