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Truffa e peculato, condanna definitiva per un sanminiatese ex funzionario del tribunale di Pisa

Anche secondo la Cassazione si è appropriato di oltre 450mila euro incassate per il servizio notifiche atti civili

Condannato definitivamente a 1 anno e 10 mesi di reclusione per truffa e peculato ex funzionario del tribunale di Pisa.

A.P., 77 anni, di San Miniato, era accusato quale dirigente dell’ufficio Unep del tribunale di Pisa e, quindi, in qualità di pubblico ufficiale di essersi appropriato della somma complessiva di euro 457.675,50 incassata per il servizio notifiche atti civili, somma che non veniva corrisposta alla società Poste Italiane e che non veniva rinvenuta sui conti correnti dell’ufficio. L’imputato, inoltre, si era appropriato, per un importo complessivo di euro 915,75, della somma ottenuta inducendo in errore, con artifici e raggiri, il consiglio dell’ordine degli avvocati di Pisa sulla ricorrenza di una maggiorazione delle tariffe postali per servizi accessori in realtà non fruiti né fruibili.

La suprema corte di Cassazione, nei giorni scorsi, ha confermato la condanna di secondo grado nei suoi confronti. I soldi non sono stati mai ritrovati e pende su di lui l’ultimo grado di giudizio civile proprio sul risarcimento di tali cifre al ministero. La relazione redatta dall’ispettorato generale del ministero della giustizia inoltrata anche alla procura della Repubblica di Pisa, che aveva avviato indagini dopo le informative pervenute dal presidente dello stesso tribunale che denunciava ammanchi al ocale “ufficio Nep”, si diffonde nell’analisi della documentazione dell’ufficio, cui era preposto l’imputato in quanto sostituto temporaneo del dirigente dell’epoca, assente per lungo periodo per malattia e che, secondo le deposizioni testimoniali assunte, e non contestate, era solito gestire personalmente il maneggio di denaro contante nell’ufficio, denaro facente capo, in buona sostanza, al conto contrattuale relativo ai rapporti con Poste italiane. Solo tale settore, peraltro, aveva direttamente a che fare con il diretto maneggio del denaro e solo in relazione ad esso sussisteva in concreto la possibilità di dare luogo ad un ammanco di cassa, gli altri essendo debiti dell’ufficio che andavano onorati attraverso la emissione degli ordini di pagamento, stando al resoconto processuale che ha portato alla sua condanna definitiva.

Si legge infatti in sentenza degli ermellini: “Le risultanze dell’ispezione sono state ritenute, con argomentazioni ineccepibili, estremamente significative sul punto dell’effettivo incasso delle somme dovute all’Ufficio in relazione alle operazioni di notifica, smentendo, così, la tesi difensiva che l’importo oggetto della contestata appropriazione fosse stato ricostruito sulla scorta delle pretese creditorie azionate da ente Poste, per le quali pende controversia civile e, dunque, sulla scorta di un dato non univoco e pacifico. Sono, dunque, ineccepibili le conclusioni alle quali la corte di merito è pervenuta nella parte in cui ha ritenuto provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la condotta appropriativa, asseverata dalla documentazione che attestava l’incasso delle somme dovute dai richiedenti la notifica, documentazione particolarmente attendibile dal momento che viene redatta proprio dall’Ufficio preposto; dal mancato pagamento delle somme dovute a Ente Poste, risultante non solo dalla documentazione unilaterale redatta dall’ente Poste ma anche dal mancato rinvenimento di documentazione dell’ufficio Nep. che attestasse pagamenti e rimborsi, se non per una minima parte ed in relazione a voci specifiche che, infatti, non compaiono nella ricostruzione della somma imputata a titolo di appropriazione, a nulla rilevando che di tali somme non vi sia traccia nei conti personali dell’imputato”.

Alla inammissibilità del ricorso consegue anche la condanna dell’ex funzionario in pensione da alcuni anni al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende stabilita in 3mila euro. Il caso penale è chiuso, resta da definire il contenzioso civile.

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