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Condannato a 8 anni Michele Brotini, il broker di Felice Maniero

Il consulente fucecchiese aveva fatto depositare a Di Cicco 33miliardi di vecchie lire di Maniero su conti stranieri

Si chiude un altro anello giudiziario sulla vicenda dei fondi illeciti della Mala del Breta finti in Toscana e in particolare a Fucecchio. Questa volta a suggellare la sentenza in terzo grado per uno degli attori della vicenda è la corte di Cassazione. Il broker del boss della mala del Brenta, Felice Maniero, condannato definitivamente per riciclaggio dalla suprema corte di Cassazione.

Michele Brotini, 53 anni di Fucecchio, è stato riconosciuto colpevole anche dagli ermellini che ne giorni scorsi hanno pubblicato la sentenza con le relative motivazioni. Già la corte d’Appello di Venezia, con sentenza del 12 maggio 2020, aveva confermato la precedente condanna pronunciata nei suoi confronti dal tribunale di Venezia il 14 febbraio 2019. L’uomo era finito nei guai proprio dopo le accuse del collaboratore di giustizia diventato noto come “faccia d’angelo”. Nella sua requisitoria la procura generale veneziana aveva ribadito quanto sostenuto dal procuratore antimafia, Paola Tonini, che aveva basato il proprio castello accusatorio, non solo sulle dichiarazioni di Maniero e di Riccardo Di Cicco già condannato con drito abbreviato per lo stesso reato di riciclaggio, ma anche sugli esiti delle rogatorie internazionali sui conti in Svizzera da cui è emerso tra l’altro come Di Cicco, per l’apertura del conto corrente segreto denominato Monastero alla Deutsche Bank, fosse stato presentato come cliente da Brotini e che nel fascicolo cliente al Credito privato commerciale fosse stato specificato “Contattare Michele”.

Per la Procura, la prova che si trattasse di Brotini. Lo stesso broker aveva l’autorizzazione a visionare i conti. Delega, questa, mai usata secondo la difesa, e comunque si sarebbe trattato di uno strumento non operativo. Nel dispositivo di sentenza, i giudici hanno inoltre disposto la confisca dei beni di Brotini che erano già in sequestro: si tratta di metà proprietà della casa, di due auto e dei soldi investiti. Nella sua denuncia in procura a Venezia, nel 2016, l’uomo che comandava l’esercito criminale della Mala del Brenta, dal 1995 diventato collaboratore di giustizia, ha raccontato nel dettaglio i percorsi di quei 33 miliardi consegnati al cognato, compresi gli 11 miliardi portati personalmente dalla mamma, Lucia Carrain, a Firenze, a casa del cognato. Ma la mamma e la sorella di Maniero se la sono cavata con la prescrizione così come se l’era cavata Maniero che non è stato imputato di autoriciclaggio. Si tratta di un tesoro che lo stesso Maniero ha quantificato in 33 miliardi di vecchie lire consegnate al cognato Riccardo Di Cicco dentista di Fucecchio a partire dal 1987. Solo una parte di quei soldi, vale a dire più o meno l’ammontare di 5 o 6 miliardi, erano stati restituiti, secondo Maniero, mentre il resto era finito in spese miliardarie e investimenti sbagliati. Nel 2016 Felice Maniero aveva deciso di vendicarsi del cognato, colpevole di non avergli restituito tutti i soldi, denunciandolo in Procura, a Venezia. Si tratta di soldi provento di crimini che Maniero avrebbe affidato a Riccardo Di Cicco, dentista di Fucecchio ed ex cognato di Faccia d’Angelo. Di Cicco poi avrebbe portato i soldi in Svizzera grazie a Brotini. Ora la condanna dell’ex broker di Felice Maniero per riciclaggio è diventata “verità processuale” con la sentenza degli ermellini.

Si legge infatti nelle motivazioni della sentenza: “Come correttamente rilevato dalla sentenza impugnata, è la struttura stessa del delitto di riciclaggio, che si ribadisce si caratterizza per la qualifica di reato a forma libera, a rendere legittima e corretta la contestazione con cui si addebiti l’esecuzione di condotte convergenti e finalizzate al raggiungimento dell’obiettivo di occultamento o di creazione di ostacoli all’individuazione della provenienza dei beni di provenienza delittuosa, rispetto alla quale l’apprezzamento di singole attività ed operazioni, desunte dal materiale probatorio acquisito nel giudizio, non implica la diversità del fatto contestato rispetto a quello ritenuto in sentenza”.

L’ex broker aveva provato a minare la credibilità dei suoi accusatori, Di Cicco e Maniero ma per gli ermellini non ci sono dubbi di sorta. “In definitiva, che la gestione dei capitali (individuata attraverso la documentazione acquisita con rogatoria) fosse operata da una società svizzera non implica logicamente, come conseguenza necessitata, che il ricorrente fosse estraneo al complesso delle operazioni dirette ad ostacolare l’individuazione della provenienza delittuosa di quei capitali, risultando da una molteplicità di fonti di prova che il ricorrente è intervenuto nella programmazione, predisposizione ed esecuzione di quelle attività. Infine, le censure formulate in ordine al giudizio di attendibilità del chiamante in correità Di Cicco si ancorano all’atteggiamento del dichiarante che aveva interesse a nascondere le proprie responsabilità nei rapporti con il Maniero (risultando da fonti esterne l’appropriazione di parte delle somme ricevute dal Maniero), ma come rileva la Corte territoriale in nessuno degli atti indicati dal ricorrente si apprezzano elementi indicativi della volontà del dichiarante di addossare responsabilità al ricorrente”. Parte dei soldi non sono stati mai ritrovati ma il caso giudiziario ora è chiuso.

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