Quantcast

Fucecchio, nuovo processo al cognato di Felice Maniero: torna in ballo il sequestro di una mega villa a Santa Croce

La Cassazione annulla con rinvio alla Corte d'Appello la condanna a 4 anni per riciclaggio all'odontoiatra di Fucecchio

Il “tesoro” di Felice Maniero, boss della Mala del Brenta e attualmente collaboratore di giustizia, dovrà essere ancora una volta “analizzato”, almeno in parte, in un secondo processo d’appello al cognato, Riccardo De Cicco, odontoiatra di Fucecchio, indagato per riciclaggio. Così hanno stabilito il giudici della corte di Cassazione annullando la sentenza di condanna a 4 anni di reclusione e 10mila euro di multa e rinviando gli atti a un nuovo processo di secondo grado che, stando alle indicazioni degli ermellini, nelle motivazioni pubblicate oggi (5 novembre) della sentenza, di fatto porterà a una riapertura del dibattimento.

Su alcuni episodi di riciclaggio fino al 1995, infatti, pende l’ombra della prescrizione, secondo i giudici di Piazza Cavour, che invitano i colleghi di Venezia (dove si è svolto il processo d’appello) ad argomentare meglio le decisioni prese. Diversa, invece, la vicenda relativa alla confisca dei beni, una villa a Santa Croce sull’Arno e un’altra a Marina di Pietrasanta, e una terza villetta a Fucecchio del 2018. Il primo e il terzo motivo di ricorso dei legali di De Cicco, infatti, sono infondati per la Cassazione, e riguardano l’attendibilità di Felice Maniero, che ha denunciato il cognato e Brotini (condannato di recente a 8 anni di reclusione in via definitiva), e la confisca dei beni. Ma anche sulla confisca il secondo motivo di ricorso, accolto invece dagli ermellini, legato alla prescrizione di parte dei reati commessi e ipotizzati di riciclaggio, assorbe il terzo motivo legati ad alcuni beni sequestrati, perché in pratica la Cassazione ha invitato i giudici di secondo grado a spiegare meglio perché hanno ritenuto facente parte di un unico disegno criminoso tutti i reati di riciclaggio ipotizzati dal 1985 al 2010.

Spiegano bene, infatti, in sentenza la Cassazione sul punto: “Il primo motivo di ricorso è infondato. Il secondo motivo di impugnazione (svolto sul tema della unità/pluralità di reati) è viceversa fondato, il ricorso va pertanto accolto per quanto di ragione. Il terzo motivo è infondato quanto a complessiva censura della sproporzione tra investimenti immobiliari e redditi leciti del Di Cicco, ma resta assorbito nella decisione relativa al secondo motivo, almeno relativamente alla natura della confisca della villa in Santa Croce, dovendo sul punto la corte di rinvio, in caso di riconoscimento della pluralità dei fatti-reato e conseguente prescrizione del fatto, argomentare meglio sul tema della confisca allargata tenendo conto della compatibilità cronologica degli acquisti rispetto alla disponibilità di risorse finanziarie illecite. Deve infatti ribadirsi che la speciale ipotesi di confisca,  può certamente accompagnare la pronuncia di proscioglimento (per la prescrizione intervenuta successivamente alla condanna non irrevocabile), purché il giudice del merito, confortato nella sede di legittimità, svolga adeguato apprezzamento circa la sussistenza del fatto contestato”.

Quindi la villa di Santa Croce a differenza degli altri beni confiscati rientrerà i gioco nel secondo processo d’appello, a differenza degli altri beni confiscati, invece, definitivamente. Nella sua denuncia in procura a Venezia, nel 2016, l’uomo che comandava l’esercito criminale della Mala del Brenta, dal 1995 diventato collaboratore di giustizia, ha raccontato nel dettaglio i percorsi di quei 33 miliardi consegnati al cognato, compresi gli 11 miliardi portati personalmente dalla mamma, Lucia Carrain, a Firenze, a casa del cognato ma dopo la scelta collaborativa. Ma la mamma e la sorella di Maniero se la sono cavata con la prescrizione così come se l’era cavata Maniero che non è stato imputato di autoriciclaggio. Si tratta di un tesoro che lo stesso Maniero ha quantificato in 33 miliardi di vecchie lire consegnate al cognato Riccardo Di Cicco dentista di Fucecchio a partire dal 1987. Solo una parte di quei soldi, vale a dire più o meno l’ammontare di 5 o 6 miliardi, erano stati restituiti, secondo Maniero, mentre il resto era finito in spese miliardarie e investimenti sbagliati. Nel 2016 Felice Maniero aveva deciso di vendicarsi del cognato, colpevole di non avergli restituito tutti i soldi, denunciandolo in Procura, a Venezia. Si tratta di soldi provento di crimini che Maniero avrebbe affidato a Riccardo Di Cicco, dentista di Fucecchio ed ex cognato di Faccia d’Angelo, almeno in parte, perchè altri li avrebbe consegnati successivamente alla sua collaborazione. Si legge infine in sentenza:  “Un primo fatto prodotto dalle prime rimesse di contanti (22 mld. di lire) affidate da Felice Maniero al cognato, attraverso la madre (con la fattiva collaborazione del cugino accompagnatore) e terminate prima che lo stesso “produttore” manifestasse la sua prima opzione collaborativa (novembre 1994); un secondo fatto, consistente nelle ulteriori successive rimesse (11 miliardi di lire) affidate al medesimo soggetto, ben dopo la scelta collaborativa (con la quale Maniero evidentemente non intese sollevare il velo sulla sua provvista illecita) e destinate a nuovi investimenti soprattutto mobiliari (confessi anche da De Cicco), caratterizzati da facile e pronta possibilità di retrocessione (dopo l’estinzione del conto “Monastero” e la riscossione per contanti del saldo attivo) più difficilmente tracciabile. Si è dunque trattato di almeno due distinte determinazioni, separate da un consistente iato temporale e sostenute da funzioni diverse. Non sembra dunque essersi trattato di un unico affidamento fiduciario. Non convince e va pertanto argomentata sulla base di nuovi e differenti percorsi logici la motivazione che ha stimato continuità ininterrotta in un fatto unico. Sul punto, la sentenza va pertanto annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Venezia, per nuova valutazione, che terrà conto del principio di diritto poco sopra evidenziato”.

Per la Cassazione in altre parole ci sono aspetti legati ad alcuni episodi di riciclaggio e ad alcuni beni confiscati che vanno chiariti. “Temi questi che restano affidati al giudizio di rinvio, che, a seguito della rinnovata valutazione sulla unità o pluralità di reati di riciclaggio contestati (peraltro con una esplicita indicazione di continuazione), dovrà, in caso ritenga plurale la morfologia della imputazione, argomentare anche in ordine alla sussistenza dei presupposti di compatibilità cronologica della ablazione. La corte annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di Appello di Venezia”. Un processo d’appello dunque che si preannuncia “infuocato” e che non mancherà di far discutere. Resta da capire ora se, alla luce dell’annullamento della sentenza d’appello con rinvio ad altra sezione, sarà possibile chiedere un’ordinanza di dissequestro almeno dell’immobile di Santa Croce e inoltre se alla luce di eventuali prescrizioni di alcuni reati di riciclaggio anche l’altro indagato, Brotini, potrà poi richiedere una revisione della recente sentenza di condanna definitiva. Insomma il mistero giudiziario sul tesoro dei Felice Maniero, a seguito di una denuncia presentata dallo stesso ex boss della Mala del Brenta, resta ancora da chiarire in ogni suo aspetto. Si vedrà.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di Cuoio in diretta, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.