Tatiana e Olena, la paura prima della fuga e l’accoglienza a Santa Croce sull’Arno: “Ma il nostro posto è in Ucraina”

Storie di due giovani donne arrivate in paese con i progetti Cas che raccontano l'orrore della guerra: "Finché ci sarà Putin la pace non sarà possibile"

“Nessuno dovrebbe parlare senza essere stato lì, nel mezzo a tutto ciò che sta accadendo”. Le parole, proferite a bassa voce e con uno sguardo un po’ perso, sono di Tatiana, giovane donna ucraina da alcune settimane rifugiata a Santa Croce sull’Arno, all’interno del piano di protezione e accoglienza messo in piedi dal comune, dalla cooperativa La Pietra d’Angolo e dal Movimento Shalom nell’ambito del Cas – Centro di accoglienza straordinaria di cui è titolare la Prefettura di Pisa.

Tatiana non è arrivata sola, qui. È una dei tanti, anzi “tante”, in prevalenza donne (molti uomini sono a combattere) che durante questi 50 giorni di guerra sono arrivate qui. Alcune di loro, grazie alla collaborazione della sindaca Giulia Deidda che in queste settimane si sta occupando anche di questa emergenza, hanno potuto raccontarci le loro storie. Storie di ordinaria paura, in certi casi di orrore, in tutti i casi di solidarietà e accoglienza. La stessa che in realtà, ben oltre questa emergenza, a Santa Croce si sperimenta per tanti nuclei familiari: ben 40 persone fra il Cas, a carattere emergenziale, ed il Sai, il normale piano di integrazione.

Accoglienza profughi, non solo dall’Ucraina. Deidda: “Da noi si fa da sempre”

A farci da traduttrice con lei ed un’altra ragazza, di nome Olena, è un’altra loro connazionale che ormai è a Santa Croce da 18 anni, Ljuba: una vita laggiù, nella regione di Odessa, in un ospedale come infermiera seguendo il corso dei suoi studi, poi la decisione di venire in Italia nei primi anni 2000 e la sistemazione nel Comprensorio, dove da tanti anni ha dovuto adeguarsi sul fronte del lavoro, occupandosi prevalentemente di sostegno familiare ad anziani.

“Cos’altro potevo fare, qui?” chiede, raccontando la sua storia recente, che anche se viene da lontano, dagli anni in cui in Italia gli ucraini cercavano ‘solo’ lavoro, in realtà in queste tragiche settimane si intreccia con l’attualità. Ljuba infatti aveva parte della famiglia rimasta laggiù, che adesso per scappare dalla guerra l’ha raggiunta qui: due figlie e tre nipotini, il suo orgoglio. “Fortunatamente non hanno vissuto la guerra direttamente sulla propria pelle – racconta – ma dalla loro città, vicino al Danubio, hanno sentito le esplosioni. La guerra è arrivata molto vicina. Le persone dormono vestite, pronte a scappare in qualsiasi momento del giorno e della notte, al suono delle sirene. Moltissime case hanno bunker scavati nel terreno, è una cosa abbastanza comune da quelle parti. Quindi sono in molti a rifugiarsi continuamente sotto le case, in condizioni tremende”. Di qui il ricongiungimento con i suoi cari, anche se non con tutti. “Il marito di mia figlia è sempre laggiù, a Ismail. Fa il vigile del fuoco, non può andarsene – dice. – Non adesso”.

Ed inevitabilmente è a tutta l’Europa che gran parte della popolazione ucraina guarda con speranza. Tutti vogliono la pace, ovviamente. Ma molte sono le strade che si battono per arrivarci. “In Dombass si spara da anni, è vero – ammette – ma adesso Zelens’kyj sta cercando di proteggere il suo popolo, con i mezzi che ha a disposizione” spiega Ljuba “L’unica speranza di tutti noi è che questo incubo finisca prima possibile. Se non altro, quando la Russia si è presa la Crimea, lo ha fatto senza spargimento di sangue. In questo caso, invece, si bombardano i civili: come facciamo ad accettare tutto questo? L’Ucraina è un paese ricco, ma la Russia pretende di prendersi pezzi interi del nostro paese, come possiamo accettarlo? Cosa resterà a noi? È chiaro che tanti non siano d’accordo”.

Ljuba nel darci una mano a fare una chiacchierata con Tatiana e Olena, per capirsi con loro parla in russo… e questo già di per sé dice molto di quanto la questione nazionale ucraina sia complessa. Le due giovani donne sono arrivate nelle settimane scorse, insieme, con i loro figli. “È stato un lungo viaggio – racconta Tatiana – quattro giorni in autobus fino al confine con la Polonia. Poi abbiamo passato la frontiera a piedi. Dopo 10-12 ore di controlli per passare, uscite dall’Ucraina ci hanno portato in un luogo riparato e il giorno dopo siamo partite per Varsavia”. È dalla città polacca, infine, che sono partite per Roma, dove la Caritas si è occupata di gestire i rapporti con il consolato e da lì lo smistamento verso le varie rotte dell’accoglienza straordinaria. Entrambe, vengono da una cittadina nel nord-ovest del paese, ed anche nel loro caso i bombardamenti sono arrivati a meno di 50 chilometri dalle loro case. “Hanno bombardato l’aereoporto della città vicina e tutta la zona industriale – racconta Tatiana. – I bambini piangevano in continuazione”.

Fra le prime vittime, anche psicologiche, delle guerre, ci sono infatti i bambini. “Molte di loro mi raccontano come i bambini, anche adesso che stanno qui in Italia, scappino sotto il letto ogni volta che passa un ambulanza – racconta la sindaca Deidda, che in queste settimane è in continuo rapporto con persone ospitate in paese –È c una paura che gli resta addosso, che non si toglie facilmente”. Lo stesso vale per i cinque bambini e bambine di Tatiana e Olena. “Certe immagini fanno paura a vederle in tv, e tutti noi stiamo continuamente alla ricerca di informazioni sulle città coinvolte, sui bombardamenti, sui territori conquistati o liberati – raccontano. – Ma viverle lì, con le bombe vicine, è peggio. Abbiamo amici che hanno passato anche due settimane in un bunker, con le cose che cominciavano a mancare, i topi, le persone più anziane che rischiano continuamente di non farcela”. La storia più terrificante, però, la racconta Olena, che aggiunge: “Finché ci sarà Putin, non sarà possibile la pace”. “Alcuni miei conoscenti hanno raccontato cosa è accaduto quando i russi sono arrivati in città – dice – Le persone sono state fatte uscire dai bunker, spogliate di tutto. I soldati si sono portati via tutto quello che potevano. In un caso, anche una ragazza. Non hanno più saputo niente di lei“.

Eppure nessuno, a quanto pare, si aspettava tutto questo. In un paese che ci viene descritto spesso come da sempre convivente con un ‘mostro alle porte’, al di là del confine e pronto ad invadere, tanti pensavano che non sarebbe mai accaduto. “Ucraini e russi hanno vissuto in pace per tanti, tanti anni – racconta – Un tempo, con l’Unione Sovietica, le persone stavano meglio. Tanti rimpiangono quegli anni: avevamo servizi, si studiava gratuitamente, una casa non mancava a nessuno. Vivevamo in pace, almeno. Poi è arrivato il cambiamento. È cambiato tutto e in poco più di venti anni siamo arrivati a questo punto”. “Fino all’ultimo tanti di noi non credevano che sarebbe successo, ci sembrava impossibile – continua Ljuba – Quando poi è arrivata la notizia dell’attacco, tanti ancora aspettavano di vedere se sarebbe durata, mentre chi come me era in Italia ha cominciato a dire a tutti di scappare, scappare più lontano possibile. Qualcuno, pochi, un mese prima avevano capito“.

Qui in Italia, in Toscana, intanto si cerca di strappare ai giorni pezzi di normalità. I bambini sono stati iscritti a scuola e già da giorni frequentano le rispettive classi. “I più piccoli si sono trovati subito bene – raccontano tutte e tre. – La lingua non è un problema, ci dicono che con gli altri bambini ‘si capiscono a modo loro’ “. I più grandi si stanno ambientando. Ma il pensiero, inevitabilmente, va con speranza al dopo. “Ciò che state facendo per tutti noi è bellissimo – dicono – non riusciremo mai a ringraziarvi abbastanza per quello che mettete a disposizione, tramite il comune e la tanta solidarietà che ci dimostrano gli italiani, i vicini di casa, le persone con le quali parliamo. Ma il nostro posto è laggiù, in Ucraina, dove speriamo di tornare al più presto e in pace”.

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