Componenti “made in China” nell’impianto fotovoltaico a San Miniato. Il tribunale non fa risarcire la scarsa resa: “Dipende dall’inquinamento da concerie”

La società si è vista revocare l’ammissione agli incentivi a causa di inadempimento grave della ditta, ora in liquidazione

Moduli non certificati e non conformi alle direttive Ue perché “made in China”. Per questo una società proprietaria di un impianto fotovoltaico a San Miniato ha chiesto e ottenuto dal Tribunale di Pisa la condanna al risarcimento nei confronti della ditta che glielo aveva realizzato, per il grave inadempimento contrattuale. Per il resto dei danni richiesti, invece, relativi alla resa e alla potenza inferiore dell’impianto (poi sanato e messo a norma) il Tribunale ritiene che si colpa dell’elevato inquinamento della zona dovuto alla presenza di molte concerie.

Ma questa è un’altra storia. Per gli inadempimenti della ditta, invece, i motivi sono da ricercare, sempre secondo i giudici, nel materiale non conforme, anche in parte scadente, tanto che l’impianto non funzionava bene e presentava alcune crepe, proprio per via del fatto che la ditta se lo sarebbe procurato a basso costo sul mercato cinese. Incredibile ma vero. La società nel 2013 aveva commissionato alla ditta condannata e ritenuta responsabile civilmente dei danni all’impianto e alla società ma nel 2016 gli inevitabili controlli del ministero ad opera della sua partecipata la Gse (gestore dei servizi energetici) per poter accedere agli incentivi previsti. Nel 2018 l’amara scoperta da parte della società di San Miniato che non avrà creduto ai propri occhi quando sono arrivati gli esiti dell’ispezione.

Si legge infatti nella sentenza del Tribunale di Pisa, a firma del giudice Corinna Beconi, pubblicata nei giorni scorsi: “Il Gse in data 7 maggio 2018 richiedeva documentazione utile ad attestare la conformità dei moduli fotovoltaici alle norme CEI EN richiamate, l’esecuzione dei controlli del processo produttivo in fabbrica, la conformità del sito di produzione alle norme per la gestione qualità, salute e sicurezza sul lavoro e gestione ambientale, l’origine europea dei moduli fotovoltaici; infatti all’esito dell’esame della documentazione presentata e dal sopralluogo effettuato era risultato che i moduli installati erano difformi da quanto riportato nel test report cui si riferivano le certificazioni e attestazioni presentate dalla società che, a loro volta, non erano riferibili ai moduli installati e non consentivano di accertare provenienza e conformità dei moduli, inoltre che le targhe apposte alla parte posteriore dei moduli recavano la marcatura CE sovrapponibile alla marcatura China Export, non conforme alle direttive UE.

A conclusione del procedimento il Gse comunicava la decadenza dal diritto alle tariffe incentivanti e il recupero degli incentivi percepiti”. Quindi la società si è vista revocare l’ammissione agli incentivi a causa di inadempimento grave della ditta, ora in liquidazione, che lo aveva realizzato che pertanto è stata condannata a pagare quanto previsto in contratto, cioè circa 25mila euro. Questo per gli incentivi mancati. Per la resa inferiore dell’impianto (poi messo a norma) invece per i giudici la responsabilità è tutta addebitabile all’elevato inquinamento della zona. Conclude infatti la sentenza: “La maggior parte della riduzione di potenza è attribuibile allo sporco dei pannelli (-25%) determinato dalle condizioni ambientali particolarmente inquinate in corrispondenza delle concerie”. Ma questa come detto è tutta un’altra storia e riguarda l’intera zona. I legali delle parti in causa erano gli avvocati Alberto Benedetti e Paolo Esposito.

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