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Mostro di Firenze, il Dna rimescola le carte

Natalino, il bambino di sei anni sopravvissuto all’omicidio di Signa del 1968, è figlio di Giovanni Vinci, il maggiore dei fratelli della cosiddetta “pista sarda”

Mostro di Firenze, il Dna cambia tutto.

Una svolta clamorosa riscrive le origini del caso del Mostro di Firenze: Natalino, il bambino di sei anni sopravvissuto all’omicidio di Signa del 1968, non era figlio di Stefano Mele, marito della vittima Barbara Locci, ma di Giovanni Vinci, il maggiore dei fratelli della cosiddetta “pista sarda”. A stabilirlo è un test del Dna disposto dalla procura fiorentina nell’ambito di nuove indagini.

Giovanni Vinci, morto da anni e mai ufficialmente indagato, emerge ora come figura centrale di quella sera. Natalino, risparmiato dal killer e accompagnato fino a una casa distante due chilometri, potrebbe non essere stato un semplice testimone involontario: era figlio dell’uomo che, secondo l’accertamento genetico, aveva una relazione con la vittima.

Il risultato, frutto del lavoro del genetista Ugo Ricci – lo stesso che contribuì al caso Garlasco – è arrivato dopo un’indagine silenziosa e durata anni, iniziata nel 2018 durante l’inchiesta sull’ex legionario Giampiero Vigilanti. Fu allora che i carabinieri del Ros prelevarono in segreto due profili genetici: uno da un figlio di Salvatore Vinci, l’altro da Natalino.

Il nuovo quadro potrebbe spiegare perché il bambino fu risparmiato. Restano però domande irrisolte: il killer sapeva chi fosse davvero il padre del piccolo? Chi lo accompagnò fino a quella casa nel cuore della notte?

La procura, con le pm Ornella Galeotti e Beatrice Giunti, riapre così un fascicolo sul più oscuro cold case italiano, cercando di far luce su una vicenda che per anni ha diviso l’opinione pubblica e coinvolto decine di indagati, testimoni e periti.

La verità genetica potrebbe ora portare a rileggere anche la questione dell’arma: la pistola calibro 22 mai ritrovata, usata a Signa nel 1968 e poi riemersa nei duplici omicidi dal 1974 al 1985.

Una storia che torna al punto di partenza, dove forse – proprio attraverso il sangue – si nasconde ancora la chiave di un enigma lungo oltre mezzo secolo.