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Operata al cuoio capelluto da un non medico, rischia la vita

La donna è arrivata in ospedale in condizioni disperate

È arrivata in ospedale priva di sensi, in condizioni disperate. I medici del pronto soccorso dell’ospedale San Donato di Arezzo l’hanno strappata alla morte dopo una corsa contro il tempo. Solo quando ha ripreso conoscenza è emersa la verità: quella donna si era sottoposta a un trapianto di cuoio capelluto eseguito non da un chirurgo, ma da una persona che si spacciava per medico senza aver alcuna abilitazione.

Secondo quanto ricostruito dalla Polizia di Stato, la paziente aveva subito un’anestesia locale durante l’intervento “estetico”. Subito dopo, però, il suo corpo era stato travolto da una grave infezione, rapidamente degenerata fino a provocare complicazioni tali da mettere in pericolo immediato la sua vita.

Da quel momento è partita un’indagine serrata della Squadra Mobile, coordinata dalla Procura di Arezzo. I poliziotti hanno acquisito documenti, raccolto testimonianze e ricostruito i movimenti di chi aveva operato in quello studio medico della provincia: un luogo che in apparenza svolgeva normali attività sanitarie, ma che in realtà nascondeva interventi di microchirurgia eseguiti nell’ombra, senza autorizzazioni e senza personale qualificato.

Dietro il caso, gli investigatori hanno individuato due figure: una donna di 40 anni, laureata all’estero ma senza alcun riconoscimento professionale in Italia, che materialmente eseguiva i trapianti; e il medico titolare dello studio, consapevole di tutto, che le consentiva di lavorare come se fosse una professionista abilitata.

La finta chirurga operava in una stanza privata all’interno dello studio, allestita come un piccolo ambulatorio clandestino. Lì visitava i clienti, lì interveniva con strumenti chirurgici, anestetici e materiali per il confezionamento. In cambio chiedeva pagamenti in contanti tra i 1.400 e i 1.500 euro a trattamento. All’ingresso, persino un’insegna riconducibile alla sua attività, pubblicizzata senza scrupoli sui social come un semplice “trattamento di rinfoltimento”.

Ma quello che veniva venduto come un intervento estetico era, a tutti gli effetti, un’operazione invasiva che richiedeva competenze mediche avanzate. Competenza che la donna non aveva, e che nessuno controllava.

Gli agenti, entrando nello studio, hanno trovato postazioni chirurgiche improvvisate, materiale sanitario utilizzato per gli innesti e documentazione che promuoveva l’attività illegale come fosse una normale prestazione specialistica.

Le testimonianze raccolte parlano di pazienti rassicurati, convinti di essere seguiti da un medico vero, garantiti sulla sicurezza delle procedure e persino sui titoli professionali della falsa operatrice. Nessuno immaginava di essere finito nelle mani di personale non qualificato.

Alla fine delle indagini, la Polizia ha denunciato entrambi: la donna che eseguiva gli interventi e il medico che le aveva permesso di operare. Le accuse sono pesanti: esercizio abusivo della professione medica e lesioni personali colpose gravissime.

La paziente che ha rischiato la vita è ancora in cura, ma salva. E la vicenda ha svelato un mondo sotterraneo di interventi chirurgici mascherati da trattamenti estetici, venduti come innocui e invece potenzialmente letali.