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Suicidio assistito, il Tribunale di Firenze incarica il Cnr di costruire il dispositivo

Una volta ultimato il dispositivo, la Asl dovrà fornirlo alla donna

Una decisione destinata a segnare un punto di non ritorno nel dibattito italiano sul fine vita. Il Tribunale di Firenze ha imposto al Consiglio nazionale delle ricerche di progettare e realizzare il dispositivo che consentirà a una donna toscana di 55 anni — “Libera”, nome scelto per tutelarne la privacy — di autosomministrarsi il farmaco necessario al suicidio medicalmente assistito.

La donna, colpita da una paralisi totale provocata dalla sclerosi multipla, da mesi chiede che le venga riconosciuta la possibilità di decidere autonomamente sulla propria fine. Ma la tecnologia necessaria, dopo vari tentativi, non era mai stata prodotta dalle aziende contattate dal servizio sanitario. Una situazione che aveva fatto precipitare tutto in un vicolo cieco.

È stata la stessa Usl Toscana nord-ovest, impossibilitata a reperire una soluzione tecnica, a rivolgersi al giudice per sciogliere l’impasse. L’associazione Luca Coscioni, che segue il caso, ha ricordato come l’impedimento tecnologico rischiasse di trasformare un diritto riconosciuto dalla Corte costituzionale in un privilegio irraggiungibile.

I legali di “Libera”, coordinati dall’avvocata Filomena Gallo, hanno individuato nel Cnr l’unico ente pubblico con le competenze necessarie per progettare un meccanismo affidabile, azionabile direttamente dalla donna nonostante la gravissima condizione motoria.

Durante l’udienza del 19 novembre, gli esperti del Cnr hanno confermato di poter costruire il dispositivo, precisando però che serviranno circa novanta giorni di lavoro. Tanto è bastato al giudice: l’Asl è stata obbligata ad avviare immediatamente la procedura e a farsi carico dei costi; il Cnr è stato nominato ausiliario dell’autorità giudiziaria, ricevendo mandato diretto di consegnare il macchinario entro tre mesi.

Una volta ultimato il dispositivo, la Asl dovrà fornirlo a “Libera” insieme al farmaco necessario, lasciando alla paziente — come stabilito dalla Corte costituzionale — l’ultima parola: decidere se e quando procedere.

Le parole della donna restituiscono tutta la fragilità e la fermezza di questa attesa senza tempo.
«Ho vissuto una vita piena di amore e significato — ha confidato — ma ora sono intrappolata in un corpo che non mi appartiene più».
Il ringraziamento al giudice è sincero, ma accompagnato da una consapevolezza dolorosa: «La sofferenza ha superato ogni limite umano. Se non arriverà rapidamente la tecnologia necessaria, sono pronta ad assumermi la responsabilità di una disobbedienza civile pur di ottenere una morte degna. Chiedo solo che venga riconosciuta una scelta libera e umana».

A lanciare l’allarme è anche l’avvocata Gallo, che parla di una “corsa contro il tempo”.
«‘Libera’ è stanca, provata, e il rischio per la sua vita è reale. Non possiamo dimenticare quanto accaduto pochi giorni fa ad Ancona, dove una persona gravemente malata è morta soffocata nell’attesa del riconoscimento del proprio diritto al suicidio medicalmente assistito. Dobbiamo evitare che si ripeta una tragedia simile».

La vicenda riapre, con drammatica urgenza, il dibattito su un Paese in cui il diritto a scegliere sulla propria fine è regolato, ma ancora fragile, sospeso tra limiti normativi, ostacoli amministrativi e la richiesta crescente di dignità da parte di chi vive sofferenze senza ritorno.