Strasburgo condanna l’Italia per la morte di Riccardo Magherini
La Corte europea: “Non c’era una necessità assoluta di mantenerlo immobilizzato”
Dopo dodici anni, la vicenda di Riccardo Magherini, il 39enne fiorentino morto la notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 mentre era immobilizzato a terra dai Carabinieri, arriva davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che oggi ha emesso una sentenza destinata a scuotere il dibattito sull’uso della forza da parte delle forze dell’ordine in Italia. Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha violato il diritto alla vita di Magherini: “Non c’era una necessità assoluta di mantenerlo immobilizzato”, si legge nella sentenza. La Corte sottolinea come la gestione dell’intervento, dalla posizione prona prolungata alla mancanza di protocolli chiari, abbia avuto un ruolo decisivo nel tragico epilogo.
È un distinguo netto: la responsabilità dei singoli militari coinvolti non viene toccata — in Italia erano stati assolti in Cassazione — ma lo Stato, come entità, viene chiamato a rispondere per carenze organizzative e formativa. In pratica, secondo Strasburgo, l’assenza di linee guida chiare e di formazione specifica sulle tecniche di immobilizzazione ha reso possibile una tragedia che poteva essere evitata.
I familiari di Magherini riceveranno 140mila euro a titolo di risarcimento per danni morali. Ma per la famiglia il valore della sentenza va oltre il denaro: è un riconoscimento della loro battaglia per ottenere verità e giustizia.
Quella notte, Magherini, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e in evidente stato di agitazione psicologica, era entrato in conflitto con passanti e tassisti. Intervenuti i carabinieri, era stato bloccato a terra e tenuto in posizione prona per diversi minuti, fino a perdere conoscenza e morire in ospedale per arresto cardiaco.
La pronuncia di Strasburgo solleva un tema più ampio, destinato a scaldare il dibattito pubblico: come garantire che gli interventi delle forze dell’ordine siano efficaci ma rispettosi della vita, soprattutto in situazioni di crisi o di alterazione psicofisica della persona. Associazioni per i diritti umani e operatori della giustizia chiedono ora al Governo di aggiornare procedure, linee guida e formazione per evitare che tragedie come quella di Magherini possano ripetersi.
La sentenza segna così un punto di svolta: non una condanna individuale, ma un richiamo chiaro allo Stato affinché la protezione dei diritti fondamentali non resti un principio astratto, ma diventi pratica quotidiana.


