Il cold case
|L’omicidio “dimenticato” di Clelia Cuscito torna alla luce: il mostro di Firenze è ancora vivo
Sospettato mai indagato secondo l’esposto presentato dall’avvocato Mattia Alfano
Trentanove anni dopo, l’omicidio di Clelia Cuscito torna a scuotere la città. La donna, 37 anni, originaria di Gioia del Colle, fu brutalmente uccisa il 14 dicembre 1983 nel suo appartamento di via Giampaolo Orsini 64. Circa quindici coltellate, la prima alla carotide destra, una morte rapidissima. Segni di colluttazione, tracce di sangue sull’interruttore, un’agenda con pagine strappate e ben 46 videocassette VHS: elementi repertati ma mai davvero analizzati nel contesto dell’indagine. L’arma del delitto non fu mai ritrovata. Per decenni l’indagine si concentrò su Giancarlo Lotti, unico indagato formale dal 1998 fino alla sua morte. La scelta era fragile: basata sulla somiglianza con uno degli identikit diffusi all’epoca e su dichiarazioni indirette collegate a testimoni del Mostro di Firenze. Nessun riscontro oggettivo fu mai trovato, tanto che nel 2009 la Procura archiviò formalmente la posizione di Lotti. Oggi, una nuova relazione-esposto depositata dall’avvocato Mattia Alfano, con il giornalista Matteo Calì e il consulente Loris Bonacci Martinelli, riporta alla luce elementi finora trascurati. Lo studio degli atti suggerisce la presenza di un sospettato mai indagato in modo organico: un uomo in confidenza con la vittima, identificato come l’ultima persona entrata nello stabile la mattina del delitto. Testimoni confermano la sua presenza regolare accanto a Clelia e sottolineano le contraddizioni sistematiche nelle dichiarazioni che ha fornito nel tempo. Il movente, secondo la relazione, potrebbe essere legato all’attività della vittima nella prostituzione e, in particolare, alla gestione di videocassette pornografiche: un’attività innovativa per l’epoca, collegata al sospettato, che aveva rapporti documentati con la produzione e il noleggio di Vhs Elementi mai esplorati dalle indagini originali, oggi ritenuti chiave per comprendere la ferocia dell’omicidio. I collegamenti con i delitti del Mostro di Firenze aggiungono inquietudine. Nel duplice omicidio di Travalle del 1981, nel portafoglio di Stefano Baldi fu trovato un numero telefonico appartenente a Clelia, mai verificato dagli investigatori. Durante la colluttazione, Clelia strappò capelli all’assassino: il gruppo sanguigno B, estremamente raro, corrisponde a quello rinvenuto su un fazzoletto sulla scena del delitto di Scopeti. Il legame con la serie dei delitti seriali non può più essere ignorato: gli elementi forensi e testimoniali indicano possibili connessioni dirette tra il caso Cuscito e i crimini del Mostro di Firenze.
Secondo la relazione, la figura del sospettato principale presenta una sovrapposizione documentata di alias e ruoli, mai approfondita dagli inquirenti dell’epoca. Le dichiarazioni contraddittorie, la presenza costante vicino alla vittima e i legami con il mondo delle videocassette creano oggi un quadro coerente, fino ad ora disperso tra omissioni investigative e piste trascurate.
L’avvocato Mattia Alfano, con la collaborazione di Matteo Calì e Loris Bonacci Martinelli, chiede alla Procura di leggere tutti questi elementi insieme, senza pregiudizi, perché un omicidio rimasto irrisolto da decenni non può essere archiviato dal tempo. Il caso Cuscito, così, smette di essere un cold case dimenticato: tra violenza, segreti e omissioni investigative, potrebbe essere la chiave per comprendere intrecci criminali più ampi, restituendo finalmente un volto e un nome all’assassino e collegando il delitto ai tragici eventi del Mostro di Firenze che, per il legale è ancora vivo, e non si tratta, ovviamente, del Pacciani e dei compagni di merende.


