A La Dogaia
|Cocaina e hashish arrivano in carcere coi droni, due detenuti collaborano per sgominare la rete di spaccio
Microtelefoni con accesso a internet, WhatsApp e Telegram per ordinare la “roba”
Cocaina e hashish che volano oltre le mura del carcere. Droni che sorvolano la struttura e rilasciano plichi nelle aree passeggio o a ridosso delle celle. Microtelefoni con accesso a internet, WhatsApp e Telegram per ordinare la droga. Pacchi nascosti nei pantaloni, sostanze ingerite in ovuli. Pestaggi e minacce per riscuotere i debiti. È il quadro allarmante emerso dalle indagini della Procura di Prato, diretta dal dottor Luca Tescaaroli, sulla casa circondariale La Dogaia, dove la quarta sezione del Reparto di Media Sicurezza sarebbe diventata la nuova centrale di approvvigionamento e spaccio su larga scala. A guidare l’organizzazione, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbe un detenuto romano di 25 anni, indicato come il punto di riferimento del traffico dopo le operazioni che avevano colpito altre sezioni dell’istituto, in particolare la sesta e l’ottava. L’obiettivo era colmare il vuoto lasciato dai sequestri precedenti e rilanciare lo spaccio interno. Il sistema era sofisticato. Il detenuto gestiva i contatti con fornitori esterni tramite microtelefono e app di messaggistica. I droni trasportavano fino a 40-50 grammi di cocaina e 200-300 grammi di hashish per viaggio, lasciando i plichi in punti accessibili ai detenuti, sia all’interno che all’esterno del carcere. La droga arrivava anche nei pacchi destinati ad altri detenuti, con lo stupefacente nascosto nella cintura dei pantaloni e avvolto in carta stagnola. Alcuni reclusi ingerivano la sostanza in ovuli per sfuggire ai controlli. Il 25enne si avvaleva di una rete di collaboratori: due napoletani di 40 e 35 anni e due tunisini di 23 e 34 anni. L’ampio bacino di consumatori interni e i prezzi elevati garantivano guadagni notevoli. Chi non pagava subiva aggressioni commissionate dal leader e pagate in droga, un meccanismo di intimidazione costante.
Decisiva per le indagini è stata la collaborazione di due detenuti – un ventenne brasiliano e un trentatreenne marocchino – vittime di violenze e minacce. Hanno deciso di rivolgersi alla Polizia Penitenziaria e alla Procura, permettendo di ricostruire la rete dello spaccio. Per loro sono state attivate misure di protezione con richiesta di trasferimento in altre strutture. Le investigazioni si sono avvalse del Nucleo Investigativo Regionale della Polizia Penitenziaria, con il supporto del personale del carcere, del Comando provinciale dei carabinieri e della Squadra mobile. Dalla notte sono in corso perquisizioni, ispezioni e sequestri nella quarta sezione e in alcune camere della quinta.
La Procura segnala diverse criticità strutturali: la necessità di telecamere lungo tutto il perimetro e alle finestre delle celle, reti anti-lancio per impedire l’ingresso di oggetti dall’alto, sistemi antidrone e personale sufficiente a garantire la vigilanza armata. Necessaria anche la schermatura della struttura per impedire l’uso illecito di cellulari e della rete internet.
Sul fronte dei controlli, si suggeriscono verifiche radiologiche per i detenuti che rientrano da permessi o lavoro esterno, controlli su pacchi e colloqui, con impiego continuativo di unità cinofile. Solo così, secondo Tescaroli, sarà possibile contrastare l’ingresso e la diffusione dello stupefacente, dei telefoni cellulari e delle armi all’interno della struttura.
Un quadro che conferma come la sfida della legalità dentro La Dogaia sia tutt’altro che conclusa. Ma la collaborazione dei detenuti e l’azione coordinata delle forze dell’ordine rappresentano, secondo Tescaroli, un segnale concreto nella direzione del ripristino della sicurezza e della tutela dei diritti di chi è costretto a subire la violenza altrui.


