La sentenza
|Casa lasciata devastata e bolletta da 800 euro non pagata, assolta la proprietaria accusata di diffamazione
Il tribunale di Lucca: “Il fatto non costituisce reato
Non fu diffamazione, ma lo sfogo di una proprietaria esasperata dopo aver ritrovato il proprio appartamento in condizioni, secondo la difesa “disastrose”. Con questa motivazione il Tribunale di Lucca ha assolto una donna lucchese finita a processo per alcuni commenti pubblicati in una chat social nei confronti della ex inquilina.
La sentenza, pronunciata martedì scorso, ha chiuso il procedimento con la formula piena “perché il fatto non costituisce reato”, escludendo che le espressioni contestate fossero animate da un intento diffamatorio gratuito.
Al centro della vicenda, un contratto di locazione durato poco più di un mese. Alla riconsegna delle chiavi, l’immobile – affittato alla donna e al compagno – sarebbe stato trovato con arredi danneggiati, letti e divani compromessi e sporcizia diffusa in più ambienti. A completare il quadro, una bolletta del gas di quasi 800 euro maturata in poche settimane. “Oltre al danno, la beffa”, è stata in sostanza la linea difensiva.
In aula la difesa, affidata all’avvocato Davide Manzo, del foro di Lucca, ha documentato i danni subiti dall’abitazione, sottolineando anche il legame affettivo della proprietaria con quell’immobile, per ragioni familiari, e gli investimenti sostenuti per arredarlo.
Secondo la ricostruzione accolta dal giudice, i commenti oggetto di querela sarebbero maturati in un contesto di forte tensione, anche alla luce del mancato accoglimento di una richiesta di proroga della permanenza. Un teste dell’agenzia immobiliare ha riferito in aula che, al momento di lasciare l’appartamento, l’inquilina avrebbe detto: “Stiamo andando via, manda pure la donna delle pulizie che si divertirà…”, frase ritenuta significativa del clima con cui si sarebbe chiuso il rapporto locativo.
Non solo. Nel corso del processo è stata ascoltata anche un’altra proprietaria che ha raccontato di aver vissuto un’esperienza analoga con la stessa persona, circostanza valorizzata dalla difesa per delineare un quadro più ampio dei rapporti intercorsi.
Il Tribunale ha dunque ritenuto che, pur potendo risultare sopra le righe nei toni, le espressioni contestate non integrassero gli estremi del reato di diffamazione. Una decisione che segna un punto fermo in una vicenda nata da un rapporto locativo degenerato e approdata nelle aule di giustizia per l’eco delle parole affidate ai social.


