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Il mare si prende la costa: spariscono dune e habitat tra San Rossore e Calambrone

A documentarlo è una ricerca dell’Università di Pisa

A distanza di vent’anni il paesaggio del litorale pisano è profondamente cambiato. Dove un tempo si estendevano dune e vegetazione costiera, oggi in diversi punti arriva direttamente il mare. A documentarlo è una ricerca dell’Università di Pisa che ha analizzato l’evoluzione della fascia dunale tra Tenuta di San Rossore e Calambrone. I ricercatori sono tornati negli stessi punti monitorati tra il 2005 e il 2007, utilizzando le identiche coordinate GPS per verificare lo stato della vegetazione e delle dune costiere. In totale sono stati nuovamente analizzati 52 siti di rilevamento: 24 a San Rossore e 28 a Calambrone. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Regional Studies in Marine Science. Il quadro che emerge è preoccupante. Nei 12 chilometri di costa compresi tra le foci dei fiumi Serchio e Arno, nell’area di San Rossore, più della metà dei punti di osservazione originari è scomparsa. Dei 24 siti individuati vent’anni fa ne sono stati ritrovati soltanto 13: gli altri si trovano ormai in mare, inghiottiti dall’erosione costiera. Secondo gli studiosi questo significa che intere porzioni di spiaggia e di habitat protetti sono state fisicamente perdute. In alcune zone, tornando sulle coordinate originali, i ricercatori non hanno più trovato né la duna né la spiaggia: al loro posto soltanto acqua. Il fenomeno non è nuovo ma continua ad avanzare. Tra il 1938 e il 2005 in alcuni tratti del litorale pisano la linea di costa si è ritirata fino a 400 metri, con una media di quasi sette metri all’anno nei punti più esposti. A peggiorare la situazione contribuisce anche la trasformazione della vegetazione: specie invasive come Ailanthus altissima stanno progressivamente sostituendo le tipiche piante delle dune, modificando l’equilibrio dell’ecosistema. A Calambrone il problema assume invece una forma diversa. Qui i sei siti più vicini alla battigia, individuati vent’anni fa, non esistono più perché al loro posto sono stati realizzati stabilimenti balneari. L’impatto umano è evidente anche nella gestione delle spiagge: la pulizia meccanica e il continuo passaggio dei bagnanti danneggiano soprattutto le specie che vivono nella fascia più vicina al mare, come Cakile maritima, che sopravvive sotto la sabbia sotto forma di semi durante l’inverno. Proprio la rimozione della sabbia superficiale all’inizio della stagione turistica rischia di eliminare semi e frutti insieme ai rifiuti, impedendo alla vegetazione di rigenerarsi. Anche l’aumento del numero totale di specie osservate a Calambrone, spiegano i ricercatori, non è necessariamente una buona notizia: si riducono infatti le piante fondamentali per la stabilità delle dune, come Calamagrostis arenaria e Sporobolus pumilus, le cui radici trattengono la sabbia e consolidano il sistema dunale. Il caso pisano riflette una tendenza più ampia. Secondo la normativa europea sulla tutela degli habitat naturali, circa l’89% degli ambienti dunali presenti in Italia è oggi considerato a rischio. Lo studio rientra nel progetto nazionale ReSurveyDunes, avviato nel 2023 per monitorare i cambiamenti della vegetazione dunale nel Paese. Il valore della ricerca condotta a Pisa sta proprio nel confronto diretto tra rilievi effettuati negli stessi punti a distanza di due decenni.

Le indicazioni degli esperti per limitare il degrado sono relativamente semplici: ridurre la pulizia meccanica delle spiagge, creare passerelle in legno per indirizzare il passaggio dei bagnanti ed evitare il calpestio diffuso, frenare l’espansione delle strutture balneari sulle dune e contrastare la diffusione delle specie invasive. Le dune, ricordano i ricercatori, non sono soltanto un elemento del paesaggio: proteggono la costa dall’erosione, ospitano specie rare e rappresentano un patrimonio naturale difficile da ricostruire una volta perduto.