Logo
In Toscana l’economia nascosta vale 14 miliardi

Moda, carta e alimentari nel mirino del lavoro nero, evasione e infiltrazioni mafiose

Tra l’Empolese e Prato si concentrano le imprese più fragili, spesso individuali o senza investimenti e innovazione, che diventano terreno fertile per condotte opache. È quanto emerge dall’ultimo studio Irpet sull’illegalità nell’economia toscana, presentato a Firenze alla presenza del presidente della Regione, Eugenio Giani, e della vicepresidente con delega alla legalità, Mia Diop. Il rapporto, illustrato dal direttore Irpet Nicola Sciclone e dalla curatrice Patrizia Lattarulo, stima in 14 miliardi di euro – pari al 10,3% del Pil regionale – il valore complessivo dell’economia non osservata: 12,8 miliardi di sommerso e 1,5 miliardi di attività illegali. L’economia sommersa riguarda le attività celate al fisco, mentre quella illegale comprende beni e servizi la cui produzione o commercializzazione è vietata dalla legge. I dati rivelano concentrazioni di rischio particolarmente alte in settori tradizionali come l’abbigliamento pratese, dove la natalità e mortalità delle imprese sfiora il 18% e il fenomeno dei prestanome è documentato da riassunzioni in blocco dopo chiusure, con il 93% dei lavoratori assunto in aziende cinesi dello stesso comparto. L’eccesso di part-time, indicatore di potenziale lavoro nero, segna valori doppi rispetto alla media attesa soprattutto a Prato e lungo la costa, da Livorno a Massa Carrara. Le imprese cartiere, funzionali a evasione e riciclaggio tramite fatture per operazioni inesistenti, registrano in Toscana un rischio inferiore alla media nazionale, mentre servizi finanziari, professionali e commercio mostrano incidenze più elevate. In questo scenario si inseriscono le infiltrazioni mafiose: la criminalità organizzata, spesso cinese o albanese, si concentra su ristorazione, commercio, edilizia e servizi turistici, specialmente nei centri urbani ad alta attrattività come Firenze. Secondo il rapporto della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) di Firenze, queste organizzazioni utilizzano investimenti e reimpiego di capitali illeciti per “lavare” i proventi, rendendo più difficile la tracciabilità e il contrasto dei reati economici. La Dia monitora attivamente le imprese a rischio, identificando flussi sospetti di denaro e partecipando a indagini che coinvolgono prestanome, contraffazione e lavoro nero.

Le province più vulnerabili risultano Prato, Firenze e Massa-Carrara, con concentrazione di beni confiscati, procedimenti giudiziari e flussi sospetti di capitale. La contraffazione colpisce soprattutto il settore tessile e della moda, confermando Prato come epicentro regionale.

Lo studio Irpet ribadisce come, pur non avendo un contesto endogeno favorevole al crimine, la Toscana – come altre regioni economicamente avanzate – resti permeabile a reati economici, con impatti significativi sull’economia legale e sulla fiducia nel sistema.