Il blitz nel laboratorio tessile
|Lavoratori a cottimo e videosorvegliati: arrestata l’imprenditrice
Il Procuratore Luca Tescaroli: “Sistema organizzato di sfruttamento e totale assenza di sicurezza”
Una porta chiusa, i macchinari accesi e un sistema di controllo interno che tentava di eludere ogni verifica. È il quadro emerso dall’operazione che ha portato all’arresto in flagranza della titolare della “Confezione Zhao di Zhao Xiaowu”, laboratorio tessile attivo a Prato nel confezionamento in serie di capi di abbigliamento. Gli investigatori, giunti la sera del 22 aprile 2026 in via Palestro, hanno subito percepito il rumore continuo delle macchine da cucire, nonostante il capannone risultasse formalmente chiuso. Un dettaglio che ha fatto scattare l’intervento. Fondamentale l’uso di una body-cam: attraverso una finestra a vasistas, i militari sono riusciti a documentare in diretta la titolare mentre, in evidente stato di agitazione, impartiva ordini ai lavoratori affinché lasciassero le postazioni e si nascondessero. All’interno del laboratorio, inoltre, era presente un sistema di videosorveglianza utilizzato per monitorare costantemente l’attività e, secondo gli investigatori, anche per prevenire eventuali controlli esterni, consentendo alla titolare di intervenire tempestivamente per occultare la presenza dei lavoratori irregolari. Dopo alcuni minuti di attesa, la donna ha aperto il portone. Una volta entrati, i carabinieri si sono trovati di fronte a una scena che ha confermato i sospetti: tre lavoratori regolari e altri dieci, tutti di nazionalità cinese e privi di permesso di soggiorno, nascosti nei punti più impensabili del capannone — bagni, cucina, sotto tavoli da lavoro e persino tra cumuli di tessuti. Le successive attività di identificazione, con rilievi fotodattiloscopici, hanno certificato l’irregolarità di 10 dei 13 presenti. Ma è sul piano delle condizioni lavorative che emerge il quadro più grave: turni dalle 8 alle 22, dal lunedì al sabato, per un totale di 14 ore giornaliere, con appena mezz’ora di pausa per pasto. Il sistema di pagamento era basato sul cottimo: circa 0,60 euro per ogni capo cucito. Le retribuzioni mensili si aggiravano tra gli 800 e i 900 euro, in parte versate tramite bonifico e in parte — fino a 400 euro — in contanti. La titolare annotava quotidianamente la produzione su un quaderno, determinando così il compenso di ciascun lavoratore. Nessuna copertura per ferie o malattia: si veniva pagati esclusivamente per quanto prodotto. Gravissime anche le violazioni in materia di sicurezza: nessuna visita medica, nessuna formazione sui rischi, dispositivi di protezione individuale praticamente assenti. I macchinari risultavano manomessi, con protezioni rimosse per aumentare la velocità di produzione. Assenti i piani di emergenza e irregolari i presidi antincendio. Lo sfruttamento si estendeva anche alle condizioni abitative. I lavoratori venivano ospitati gratuitamente in un appartamento in via Becherini, utilizzato come dormitorio in condizioni degradanti, proprio di fronte al laboratorio. Durante le perquisizioni, i militari hanno rinvenuto passaporti nascosti: quattro all’interno di valigie occultate sotto cumuli di tessuti nel capannone e un altro nel dormitorio. Un elemento che, secondo gli inquirenti, evidenzia un controllo diretto anche sulla libertà personale dei lavoratori.
L’imprenditrice è stata arrestata per assunzione di manodopera irregolare e sfruttamento lavorativo. L’azienda è stata sottoposta a sequestro preventivo. I lavoratori irregolari, che non hanno fornito elementi utili alle indagini, sono stati avviati alle procedure di espulsione. Resta tuttavia la possibilità, prevista dalla normativa, di ottenere permessi di soggiorno e forme di tutela in caso di collaborazione con la giustizia.
Le indagini hanno visto il coinvolgimento del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, del Nucleo Ispettorato del Lavoro e del Comando provinciale di Prato. In merito all’operazione, il Procuratore della Repubblica di Prato, Luca Tescaroli, ha evidenziato la gravità del sistema emerso, caratterizzato da sfruttamento lavorativo, condizioni degradanti e totale assenza delle tutele in materia di salute e sicurezza, sottolineando come le indagini abbiano portato alla luce un’organizzazione strutturata basata sull’approfittamento dello stato di necessità dei lavoratori.
Resta fermo il principio della presunzione di non colpevolezza: la responsabilità dell’indagata sarà accerta


