Logo
Inferno al deposito Eni di Calenzano: “Una tragedia che si poteva evitare”

La Procura chiude le indagini: 5 morti, 9 indagati

“Un evento prevedibile ed evitabile”. È durissimo il giudizio del Procuratore Capo di Prato, dottor Luca Tescaroli, sulla tragedia avvenuta al deposito Eni di Calenzano, dove l’esplosione costò la vita a cinque lavoratori e provocò numerosi feriti.

La Procura ha chiuso l’inchiesta notificando l’avviso di conclusione indagini a nove persone tra dirigenti, tecnici e responsabili della sicurezza – Patrizia Boschetti, datore di lavoro committente e responsabile della struttura organizzativa gestione operativa Centro di Eni, Luigi Collurà, dirigente con delega di funzioni sulla sicurezza del deposito Eni di Calenzano, Carlo Di Perna, responsabile manutenzioni e investimenti depositi Centro Eni, Marco Bini, preposto Eni richiedente del permesso di lavoro che classificò l’attività della Sergen, Elio Ferrara, preposto Eni che autorizzò il rinnovo del permesso di lavoro, Emanuela Proietti, responsabile del servizio prevenzione e protezione di Eni, Enrico Cerbino, project manager external per manutenzioni e investimenti depositi Centro, Francesco Cirone, datore di lavoro e Rspp della Sergen, e Luigi Murno, preposto della Sergen.

Le accuse ipotizzate sono omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e disastro colposo. Secondo la ricostruzione degli investigatori, all’interno dell’impianto sarebbero state effettuate operazioni in presenza di fonti di innesco incompatibili con un’area classificata ad alto rischio esplosivo. Una concatenazione di errori e omissioni che, per gli inquirenti, avrebbe trasformato il deposito in una bomba pronta a esplodere. “Sono emerse gravi criticità nella gestione della sicurezza”, ha spiegato il procuratore Tescaroli, sottolineando come le procedure adottate non fossero sufficienti a garantire l’incolumità dei lavoratori presenti nell’area interessata dalla deflagrazione. L’esplosione generò una potentissima onda d’urto avvertita in gran parte della provincia fiorentina, seminando paura e devastazione. Immagini drammatiche che riportarono immediatamente al centro dell’attenzione nazionale il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro.

L’esplosione, secondo la ricostruzione tecnica, sarebbe stata provocata dalla fuoriuscita di carburante durante le operazioni nell’area delle pensiline di carico. La nube infiammabile formatasi avrebbe poi trovato un innesco provocando la violentissima deflagrazione che investì il deposito e l’area circostante.

Il procuratore Tescaroli insiste molto sul concetto della prevedibilità dell’evento: secondo la Procura il rischio di esplosione era noto, disciplinato da precise normative tecniche e da procedure industriali che avrebbero dovuto impedire il verificarsi della tragedia.

L’inchiesta, definita particolarmente complessa, è stata sviluppata attraverso consulenze tecniche, acquisizioni documentali, analisi dei sistemi di sicurezza dell’impianto e numerose testimonianze raccolte nei mesi successivi all’esplosione. Adesso, quindi, si entra nella fase decisiva. Le famiglie delle vittime attendono giustizia.