Quattro passi in Valdarno: i luoghi da (ri)scoprire sotto il sole del 2 giugno foto

Qualche suggerimento per fare turismo anche "in casa": i nostri gioielli a Km 0 da raggiungere con una passeggiata

Ci sono luoghi che ci sfilano davanti agli occhi ogni giorno. Luoghi apparentemente anonimi eppure preziosi. Immobili nella loro apparente semplicità, ma al tempo stesso carichi di storie, aneddoti e vicende che raccontano d noi e del territorio che abitiamo. Luoghi che spesso teniamo “da parte”, accantonati in attesa di quel giorno famoso che non verrà a mai, quello in cui “prima o poi voglio andarci a fare due passi, voglio vedere cosa c’è, ecc…”, anche se alla fine il richiamo del mare o di altre mete più lontane resta sempre irresistibile.

E allora perché non approfittarne proprio ora, resistendo ancora un po’ alle tante incognite di questo strano 2020, dove fra mascherine e distanziamenti anche la gita in spiaggia può essere meno piacevole del solito. Magari proprio oggi, 2 giugno, può essere l’occasione giusta per scoprire i piccoli gioielli che abbiamo sotto casa. Per questo ilCuoioinDiretta.it ha deciso di proporre alcune mete a due passi dai nostri paesi, restando sempre entro i confini del comprensorio. Qualche idea, insomma, per una passeggiata diversa dal solito, da arricchire magari con qualche bella foto: mandacela, se raccogli qualcuno di questi suggerimenti.

Torre Masoria, il “falso” Medioevo di fine Ottocento

Compare all’improvviso, in mezzo al verde di un campo, quella che ad uno sguardo poco allenato può sembrare un torretta di avvistamento medievale. È la torre Masoria di Montopoli Valdarno, che la gente del posto conosce anche con il nome di Torre delle Streghe, per via delle tante leggende che la vedono protagonista. Per raggiungerla basta percorrere l’omonima via Masoria, la strada che dal cimitero di Montopoli scende a valle verso la Tosco Romagnola, incrociandola all’altezza di un autolavaggio.

È qui, poco prima del cavalcavia sulla FiPiLi, che due colonne unite da una catena aprono il sentiero verso la torre, costruita nel 1888 dalla famiglia Orsini che era proprietaria dei terreni. Si tratta insomma di una sorta di “falso” medievale, una riproduzione in stile che rientra in quel filone neomedievalista tanto in voga nel Romanticismo ottocentesco. La torre, infatti, sembra essere stata utilizzata principalmente come deposito per gli attrezzi agricoli (funzione che ha mantenuto fino agli anni ’70 del Novecento), ma questo non ha impedito ai suoi costruttori di realizzare qualcosa di prezioso, in linea con la bellezza delle colline che la circondano. Distribuita sa quattro piani, infatti, l’interno della torre risulta interamente decorato, con motivi e forme che richiamano anche in questo caso l’arte medievale. E’ proprietà privata, ma anche dall’esterno è possibile scorgere il cielo stellato dipinto sul soffitto del primo piano.

La “vera” Francigena passa da Galleno

Tutti ormai conoscono la Via Francigena, l’antico percorso recentemente riscoperto e valorizzato, con migliaia di viaggiatori che da alcuni anni attraversano il Valdarno in direzione di Roma. Non tutti, però, neanche tra coloro che vivono nel comprensorio, sanno che proprio da noi si trova uno dei pochissimi tratti con un selciato antico. Un chilometro scarso, salvato dall’asfalto della viabilità moderna e rimasto intatto in mezzo alla vegetazione delle Cerbaie.

Per vederlo non è necessario essere pellegrini e farsi tutto il viaggio fino a Roma. Basta andare a Galleno, dove il tracciato della provinciale Romana Lucchese, poco prima della chiesa, gira bruscamente a destra per scendere verso il fondovalle. Anticamente non era così: la strada proseguiva dritta verso nord, costeggiando la collinetta su cui sorgeva l’abitato medievale di Galleno, diviso allora come oggi fra i comuni di Castelfranco di Sotto e Fucecchio. Ed è proprio da qui che parte il tracciato della “vera” Francigena: per chi arriva in auto basta parcheggiare davanti alla chiesa e infilarsi nel sentiero di fronte. È questione di un attimo: pochi metri e sembra di tornare indietro nel tempo, con il traffico della provinciale che scompare alle spalle e il sentiero che si infila nel bosco, camminando sulle stesse pietre calpestate da generazioni e generazioni di viaggiatori. La realizzazione del selciato è documentata infatti dal Quattrocento, anche se lavori e trasformazioni successive sono proseguite fino alla fine del Settecento.

In Valdegola a caccia di antiche pievi

Non è facile oggi provare ad immaginare l’aspetto del nostro territorio nei secoli dell’Alto Medioevo. Prima che la popolazione iniziasse e concentrarsi nei borghi e castelli sulla cima delle colline o nelle nuove “terre murate” di pianura (come Castelfranco e Santa Croce sull’Arno), gran parte della popolazione viveva in piccolissimi agglomerati di case sparsi per le campagne, spesso vicino a corsi d’acqua e torrenti nel fondovalle.

Per questa popolazione “dispersa”, il primo e più importante punto di riferimento era rappresentato dalla pieve, l’edificio religioso dove la presenza di un fonte battesimale segnava per tutti l’ingresso nella comunità. È per questo che tante delle pievi medievali sono ancora oggi sparpagliate nelle campagne, sobrie e imponenti ma completamente isolate in mezzo al verde, mentre molte di loro sono sparite, cancellate dalla storia e spesso soppiantate dalle nuove pievi castellane.

È il caso dell’antica pieve di Sant’Ippolito in Aniano “sostituita” da quella costruita dentro le mura di Santa Maria a Monte, oppure quella di San Saturnino di Fabbrica (nei pressi di Molino d’Egola) in favore della vicina Cigoli. Eppure proprio la Valdegola offre ancora oggi la testimonianza di quanto fossero importanti le pievi per le campagne medievali.

Oltre alla già citata e scomparsa pieve di Fabbrica, la tappa per eccellenza è quella di Corazzano, dove isolata dal paese sorge ancora oggi la pieve di San Giovanni, preziosa testimonianza dell’arte romanica, già citata in un documento lucchese dell’892. Più complicata, invece, può essere la ricerca dell’altra grande pieve della zona, quella di Santa Maria in Barbinaia, di cui restano in piedi poche murature avvolte dalla vegetazione.

Per raggiungere i resti bisogna “infilarsi” nell’omonima vallata, a cui si accede dallo località Vallicelle (o “Casaccia”) che si incontra lungo la provinciale 39 fra La Serra e Tesorino. Imboccando la strada e superato il ponte sull’Egola, si prosegue per circa un chilometro verso sud est, fino ad una strada sterrata a sinistra che conduce alle pendice di una collina, dove fra i rovi si intravede ciò che resta dell’antica pieve, con mattoni e blocchi squadrati in arenaria, per secoli smontati e riutilizzati in altre costruzioni.

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