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Conoscere Piaggio per comprendere la società, i dati Fiom

Cambia il mercato delle due ruote, in un contesto che nel mutamento continuo dei fattori vede nella Piaggio un’azienda “in positivo”, capace di investire anche in tecnologia e ricerca e farlo in Toscana, ma che quando deve decidere dove produrre non guarda più a Pontedera, dove “la testa” c’è ed il settore impiegatizio è preponderante (837 a fronte di 1993 operai), ma le catene scivolano sempre più verso l’India, Vietnam, Cina. 

Un quadro che porta immediatamente alla memoria le dichiarazioni rilasciate appena un paio di anni fa dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che proprio di una Piaggio a testa italiana e pontederese parlava, ma che preoccupano non poco il sindacato, deciso a scaldare i motori in vista delle nuove elezioni dell’Rsu a giungno. E’ questo il quadro che emerge dall’ultima ricerca promossa dalla Fiom attraverso la distribuzione, lo scorso luglio, di migliaia di questionari ai lavoratori da riempire e poi riconsegnare nei prossimi giorni. Una ricerca dettagliata, somministrata in tutti e tre gli spabilimenti del colosso industriale a Pontedera, Noale e Scorzé (Aprilia) e Mandello del Lario (Guzzi). Questionario rigorosamente anonimo che ha fatto discutere fin dalla sua distribuzione, anche a Pontedera, dove il sindacato ha dovuto somministrarlo ai lavoratori attraverso le portinerie e non, come negli altri stabilimenti, direttamente agli interessati. “Iniziativa importante e pressochè inedita nei numeri” annunciano Massimo Braccini e Marco Comparini, rispettivamente coordinatore nazionale Fiom Gruppo Piaggio e segretario provinciale, forti di oltre 834 questionari compilati, 628 dei quali proprio provenienti da Pontedera (2830 dipendenti) “che ha visto un’ampia partecipazione e dopo molto tempo ci da la possibilità di avere un quadro molto dettagliato della situazione attuale, dalla quale oggi è meno difficile evincere la prospettiva futura”.

Il quadro generale. E proprio il futuro che il sindacato legge da questi dati che tanto spaventa la Fiom. “Le domande hanno riguardato tutti gli aspetti sindacali, relazionali, statistici, anagrafici che potevano darci un’idea della situazione attuale, toccando i diversi aspetti dell’ambito lavorativo” spiega Braccini. “Non abbiamo escluso niente, neppure le domande relative al rapporto fra lavoratori e sindacato”. Il quadro è quello di un’azienda di oltre 3600 lavoratori in Italia (il totale è 7500) ripartiti nei tre stabilimenti (550 in Aprilia, 90 in Guzzi e gli altri a Pontedera) nella quale le relazioni fra i lavoratori sono buone o molto buone (63% e 19% del totale) ma gli stessi si dicono generalmente insoddisfatti o poco sodisfatti della loro attuale condizione lavorativa (45% e 12%), la maggioranza (62%) ritiene il proprio livello retributivo basso e considera per lo più le norme in materia di sicurezza non rispettate o rispettate solo in alcuni ambienti (50% e 18%) come anche considera che all’interno dell’azienda il lavoro non sia o sia solo scarsamente distribuito equamente (36% e 28%). L’insicurezza generalizzata circa la possibilità di mantenere nel prossimo futuro un posto di lavoro è invece altissima: solo il 2% ha un’alta sicurezza di mantenerlo, mentre il 44% ha scarsa fiducia di conservarlo. Percentuali, queste, riferite a Pontedera, ma che in qualche modo si confermano più o meno omogeneamente in tutto il campione totale dei tre stabilimenti.

La formazione. “Uno degli elementi che più sono emersi dal sondaggio è la ‘fame’ di formazione del mondo del lavoro” spiega Braccini. “In Piaggio i lavoratori per lo più non ritengono valorizzata la loro professionalità o chiedono di acquisirne ancora, rilevando quanto l’azienda invece non investa in questo fondamentale elemento, più di tutti indicatore di quanto l’azienda creda nel proprio rilancio”. Rimanendo sempre a Pontedera, il 30% degli intervistati dichiara di non aver avuto nessun tipo di formazione, né per affiancamento (ricevuta invece dal 57%) né attraverso corsi di formazione (10%). Quanto poi alla risposta dell’azienda rispetto alle richieste di maggiore formazione, secondo il 42% del campione è limitata, mentre per il 41% è scarsa. Tutto questo mentre solo il 9% dei lavoratori dichiara di essere poco disponibile a fare corsi di formazione, ai quali si sottoporrebbe molto volentieri invece l’89%).

Il sindacato. Tema forse dolente ma doveroso, quello del sindacato è al centro di un gruppo di domande dalle quali sono emerse anche risposte “scomode”. “Non abbiamo voluto tralasciare niente, era doveroso affrontare anche il tema di come i lavoratori vedono il sindacato, in generale ed in particolare” afferma sempre Braccini. “C’è una generale sfiducia, specie da quel settore di lavoratori non iscritti che è stato ampiamente coperto dal sondaggio, cosa molto positiva ai fini della ricerca”. Il posto di lavoro è il luogo principe, com’era scontato, nel quale i lavoratori conoscono il sindacato (74%), contro l’11 della famiglia e solo il 6% della stampa. Il popolo dei lavoratori che hanno risposto al sondaggio è composto in buona parte da persone mai iscritte ad alcun sindacato (42%), seguito da coloro che lo sono state in passato (23%). Il resto degli intervistati è così composto: Fiom (17%), Uilm (8%), Fim (6%), altro sindacato (1%). La delusione si riscontra nella fetta più grande della “torta”. Fra coloro che hanno cambiato sindacato o lo hanno abbandonato i motivi prevalenti sono l’accusa al vecchio sindacato di inefficacia (30%), delusione generale (29%), gesto di rottura (28%). Fra i motivi che spingono coloro che non si sono mai iscritti ad un’organizzazione sindacale svetta l’accusa di essere troppo politicizzati (43%) seguita da quella di non fare gli interessi dei lavoratori (21%) o di non portare alcun vantaggio (15%). “Molti sono i lavoratori che però fanno riferimento al fatto che iscrtiversi ‘non conviene’, anche se ci riconoscono di essere il sindacato più democratico” dice Comparini.

L’analisi. “Di tutto questo non possiamo che trarre un quadro negativo” analizza Braccini. “La Piaggio è un’azienda che sempre più dimostra essere un’azienda sana, ma governata secondo una filosofia per la quale si preferisce distribuire dividendi agli azionisti che dare premi di produzione ai lavoratori, con i quali si intrattengono rapporti non buoni. Grave ed indicativo il fatto che dagli operai venga la proposta, inevasa, di fare formazione: quando c’è da investire Piaggio sempre sceglie la parte più competitiva della sua azienda: quella che sta in Vietnam, non a Pontedera. La testa dell’azienda è qui in Italia, ma la produzione è altrove e tutto questo si ripercuote pesantemente sull’attività delle aziende collegate al gruppo, che in questi anno non hanno potuto innovare e differenziare per il rapporto sempre più incerto che Piaggio ha avuto con loro”. “Al tempo stesso” continua il coordinatore nazionale “questo settore sul quale non si investe più è quello che fra poco, appena un anno, sarà colpito duramente dalla fine degli ammortizzatori tradizionali. Cassa integrazione e mobilità, divenute strutturali, saranno soppiantate dalla disoccupazione con tutto quello che ciò comporta in termini di capacità di tenere di fronte alla crisi. Un’azienda ormai che funziona ‘part-time’ e che non si comporta come se volesse davvero rilanciarsi, né come fosse interessata ad una vera riflessione globale di dove sta andando il mondo delle due ruote, che invece continuamente lancia spunti da tutto il settore dei veicoli ecologici, a bassi consumi, sostenibili e poco impattanti”.

Il futuro. “Per affrontare tutto questo è necessario quanto prima ritornare alla centralità del sindacato: riaprire la vertenza Piaggio e generare le condizioni affinché si ricominci a fare il nostro lavoro – dice Comparini – anche alla luce di quello che ci dicono i numeri: non è con questi metodi e questo modo di distribuire i soldi che un’azienda va avanti. Tutto ci dice che le aziende che maggiormente rispondono alla crisi sono quelle dove i rapporti con i lavoratori sono migliori. Continuare sulla strada intrapresa da Piaggio, che sempre più fa prevalere gli investimenti finanziari su quelli industriali e che si gioca questi ultimi solo sul risparmio sui salari, andando a produrre all’estero, non porta da nessuna parte”.  “Anche per questo” conclude Comparini “puntiamo nelle prossime elezioni dell’Rsu a prendere più del 50% con il sistema vigente, proporzionale puro”.

Nilo Di Modica

 

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