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Industria 4.0, filiera della concia a due velocità: solo qualcuno si muove foto

Il lavoro interdipartimentale delle università di Firenze, Pisa e Siena. Pieroni: "Rafforzare gli investimenti"

Un sistema industriale toscano in movimento, anche se “a macchia di leopardo” e con una velocità che dovrebbe in alcuni ambiti adeguarsi alle sfide sempre più complesse della competizione internazionale. Alcune aziende, insomma, sono più attrezzate delle altre per fronteggiare la sfida della nuova rivoluzione tecnologica.

E’ così la filiera del cuoio e della pelle toscana raccontata da una ricerca per capire l’impatto dell’applicazione delle tecnologie Industria 4.0 nei processi produttivi delle filiere toscane della concia e della pelle, della pelletteria e delle calzature con particolare riferimento al distretto industriale di Santa Croce sull’Arno e all’area fiorentina presentata nell’auditorium del Poteco di Santa Croce Sull’Arno.

L’indagine prende in considerazione il periodo tra novembre 2018 e novembre 2019 ed è frutto del lavoro di un gruppo di ricerca interdipartimentale delle università di Firenze, Pisa e Siena, svolto con questionari a un campione di 80 aziende e con focus group e interviste a imprese e associazioni di categoria.

Tra le cose emerse, c’è che a fronte di alcuni investimenti puntuali in macchinari e nuove tecnologie digitali, permangono ancora alcuni “colli di bottiglia” su alcune componenti dell’organizzazione aziendale, per esempio nella assunzione di figure specialistiche, o nella presenza di attività formative che spesso non si associano a processi di rotazione del personale. Tanti spunti di riflessione non solo per le imprese, ma anche per il sistema della ricerca toscano sulla sua attuale e reale capacità di accompagnare il processo di evoluzione tecnologica in uno scenario di rapidi cambiamenti di mercato e di crescente digitalizzazione dei processi.

Ha aperto i lavori Giulia Deidda, sindaco del Comune di Santa Croce sull’Arno e presidente di Poteco, il Polo tecnologico conciario costituito dalla imprenditoria conciaria, calzaturiera e contoterzista e dagli enti pubblici che rappresentano il comprensorio del Cuoio e la Provincia di Pisa, e Graziano Balducci, presidente di Ssip, la Stazione sperimentale per l’industria delle pelli e delle materie concianti. L’introduzione della giornata è stata fatta dall’assessore regionale alle attività produttive Stefano Ciuoffo mentre la presentazione del rapporto sarà curata da Lorenzo Zanni ed Elena Casprini dell’università di Siena per gli aspetti generali e i modelli di business a cui seguiranno gli approfondimenti settoriali per la concia con Franco Failli e Gionata Carmignani dell’università di Pisa, per le calzature con Gianluca Murgia dell’università di Siena, e per la pelletteria e meccanica di supporto con Rinaldo Rinaldi dell’università di Firenze. Sono intervenuti anche Simona Vezzi di Associazione lavoratori conto terzi, Michele Matteoli del Consorzio conciatori di Ponte Egola, Luca Papini direttore di Toscana manifatture, Aldo Gliozzi dell’Associazione conciatori di Santa Croce sull’Arno e Edoardo Imperiale della Stazione sperimentale per l’industria delle pelli e delle materie concianti.

Solo un’impresa su cinque tra quelle intervistate ha attivato collaborazioni con centri di ricerca. Il valore medio di maturità tecnologica 4.0 delle aziende intervistate è pari a 2,46 su una scala che va da 1 a 6, posizionandole a uno stadio tra Beginner, cioè l’azienda ha cambiato orientamento strategico e sta sviluppando una strategia di I4.0 e Intermediate cioè l’azienda ha formulato una sua strategia su I4.0. Pelletteria e meccanica presentano i valori medi più elevati, rispettivamente 2,63 e 2,57, calzature e concia quelli più bassi, 2,38 e 2,15. Pur trattandosi di un campione limitato, la linea di tendenza è da considerarsi positiva secondo i ricercatori, tenuto conto anche delle particolarità di alcune componenti della filiera, in cui la componente della lavorazione manuale ed artigianale è predominante rispetto ad una componente meccanica.

Un percorso avviato verso il passaggio al digitale e per di più in una fase di incertezza è un segnale da registrare con particolare attenzione per sostenere il continuo miglioramento competitivo che questo comparto è in grado di mettere in campo, e ne sono prova i dati sull’export degli ultimi mesi.

Per quanto riguarda l’adozione di soluzioni orientate verso tecnologie dell’informazione e della comunicazione a supporto dei principali processi di business, il risultato medio è 2.86, un punteggio tecnologico che dimostra come la maggior parte delle aziende faccia ancora affidamento a strumenti cartacei o tradizionali (Excel, email, supporti cartacei) piuttosto che software specifici per le varie funzioni. Altro motivo è una attenzione non ancora sufficiente alla integrazione dei sistemi informativi locali, che potrebbe apparire quindi parzialmente efficaci per la gestione globale dell’impresa.

Le imprese del settore sono consapevoli di operare in un contesto ad alta intensità di manodopera, nel quale le competenze degli operatori sono critiche per garantire un adeguato livello di qualità del prodotto. Quasi 1 su 5 ritiene che tali attività possano essere automatizzate, oltre il 35 per cento ritiene di svolgere attività di natura prettamente artigiana. Buona parte non sembra essere cosciente di questo mutamento di paradigma o, quantomeno, non sembra ancora in grado di rispondere in maniera adeguata. Nel 36 per cento dei casi gli operai si limitano a eseguire decisioni prese da altri, nel 25 per cento prendono decisioni basate esclusivamente su loro osservazioni personali. Solamente in 1 su 5 gli operai si avvalgono della conoscenza appresa attraverso i dati collezionati nella catena produttiva, uno dei cardini I 4.0. L’uso dei dati a supporto delle decisioni manageriali appare più diffuso a livello strategico: oltre il 40 per cento delle imprese affermano di prendere decisioni sulla base di analisi quantitativa di dati registrati internamente, mentre quasi il 34 per cento si affida alla valutazione di dati non registrati e il 17.5 per cento a una valutazione del contesto non basata su dati. Anche a livello di top management l’approccio guidato dai dati è quindi diffuso in meno della metà delle imprese intervistate. Ciò potrebbe essere legato a un approccio decisionale di tipo tradizionale, basato più sull’intuito e sull’esperienza dell’imprenditore, ma potrebbe anche essere dovuto alla mancanza di competenze nell’analisi dei dati di natura strategica.

“Questo settore – afferma l’assessore regionale alle attività produttive Stefano Ciuoffo – è una delle locomotive dell’economia toscana che per molti aspetti è stato precursore di modelli e soluzioni invidiati in tutto il mondo che ne fatto un distretto capace di competere a livello internazionale senza temere rivali. La capacità di produrre, organizzarsi e trovare soluzioni a quelle che di volta in volta venivano a essere considerate barriere da superare dimostra la capacità e la duttilità di questo territorio che con i suoi imprenditori ha saputo dare, ad esempio, una risposta alle richieste di sostenibilità ambientale. Antesignano e auto didatta questo settore in Toscana ha saputo dotarsi di centri di ricerca e strutture per migliorarsi sempre di più senza aspettare che le novità li cogliessero impreparati. La ricerca presentata oggi ci fotografa un tessuto produttivo non ancora proiettato alle opportunità che le innovazioni tecnologiche stanno portando nell’industria. C’è quindi una potenzialità enorme per questo distretto che una volta imboccata in maniera omogenea la strada della riconversione al ‘paradigma i4.0’ saprà coglierne i benefici all’ennesima potenza. Ci sono tutte le competenze e l’esperienza per adattare in questo campo le modalità di innovazione di prodotto o del processo produttivo che renderanno ancora più forte questo comparto economico regionale”

“Guardiamo con grande attenzione alla questione dell’industria 4.0 – così il consigliere regionale Pd Andrea Pieroni -. Anche il distretto conciario è uno dei settori trainanti dell’economia regionale ed ha investito in maniera consistente in innovazione e ricerca sulle nuove tecnologie. Dalle relazioni è emerso come si debbano rafforzare gli investimenti, non per ultimo sul marketing per evitare che le aziende rimangano vincolate a pochi clienti”.

“Le piccole dimensioni delle nostre aziende – prosegue il consigliere –, circa 13 addetti di media, richiedono un sostegno che accompagni gli sforzi e le iniziative degli operatori a partire da una formazione adeguata. Una delle criticità emerse stamani è il rischio del salto generazionale, ovvero l’esaurimento delle competenze una volta che le persone vanno in pensione e non c’è chi è pronto a subentrare nell’impresa. Oggi la qualità richiede capacità molto sviluppate sia a livello operativo, sia a livello imprenditoriale. La Regione può intervenire a sostegno di queste attività, lo ha già fatto con industria 4.0, uno strumento con il quale sono state dedicate risorse sostanziose. Gli elementi cui concentrarsi sono almeno un paio: costruire sistemi di filiera che metta in relazione le concerie, l’indotto e le attività contoterzistiche anche con il calzaturiero e un sistema di aziende che dialoghino fra di loro. E poi soprattutto orientare la formazione sui giovani, a partire almeno dalle scuole superiori, per iniziare a costruire competenze in grado di sostituire coloro che da qui a poco tempo cesseranno dall’attività”.

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