“Domenica in conceria, siamo esasperati”. Il Cuoio si prepara a chiudere, la chimica resta aperta

Cgil e lavoratori alle prese con il nuovo Decreto, annunciato sabato notte e pubblicato solo domenica sera

Lavoratori e sindacati sono esasperati, questa situazione è fatica tenerla dal punto di vista sociale”. Non tanto per la sostanza del Decreto del presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte che chiude le attività produttive non essenziali come ulteriore tentativo per arginare il contagio da coronavirus, quanto per le modalità di comunicazione e gestione di un provvedimento che lascia spazio alle interpretazioni. Tanto che da oggi 23 marzo, per esempio, la Lombardia chiude anche i settori chimica e tessile.

La Chimica, anche quella che produce vernici per l’edilizia (che è ferma) resta aperta nel comprensorio del Cuoio e la gente va al lavoro per fare magazzino, mentre le concerie si preparano a chiudere, con i necessari giorni per “mettere al sicuro” le pelli, fare le consegne o svuotare i bottali. “Solo che – spiega Alessandro Conforti della Filctem Cgil Pisa per la zona di Santa Croce -, con un Decreto annunciato nella notte di sabato (qui) che doveva essere attuativo da lunedì, ieri che era domenica molti sono stati richiamati al lavoro per le procedure necessarie. Poi la comunicazione che c’erano altri tre giorni (qui) per preparare la sospensione, spedizione compresa. Con il risultato che oggi si lavora come al solito in produzione e i prossimi due giorni serviranno al resto”.

In pratica due giorni di produzione (e uno di lavoro) in più in molte aziende (anche se è da sottolineare che diverse hanno già scelto di chiudere prima del Decreto) che i lavoratori hanno accettato ma certo non gradito. E che contribuisce ad alimentare confusione e disparità in un Distretto che già mostrava non poche difficoltà a lavorare “in sicurezza” secondo le norme previste dal precedente Decreto, con alcol da passare nei luoghi comuni, distanze di oltre un metro, sanificazione frequente, turni a personale ridotto e spogliatoi da usare a scaglioni.

Da sabato, sul Distretto, cambia in maniera radicale il concetto di emergenza, visto che allargando lo stop alle produzioni, si allarga anche la base di lavoratori a casa. “Per i prossimi giorni – spiega ancora Conforti – l’emergenza è capire l’attuazione delle chiusure. Gli ammortizzatori sociali sono subito attivabili per i lavoratori stando a quanto finora uscito, quindi non credo qualcuno rimanga senza stipendio. Il problema sarà la ripartenza: deve essere veloce perché le risorse non sono infinite e i mercati cambiano velocemente. Il Decreto risolve il problema liquidità, ma non quello finanziario”. Con la Cina che festeggia il “dopo coronavirus” e si prepara a ripartire, chiudere i mercati italiani è di certo un rischio, anche se necessario.

“Molti ci hanno chiamato già settimana scorsa per capire come funzionano le casseintegrazione per covid 19. Finché la gente lavora, lavoriamo anche noi della Cgil: a rotazione, sui turni, ma ci siamo, vigiliamo e consigliamo“.

Più della questione sanitaria, però, a far chiudere le attività ci stava pensando il mercato. “Il mercato si sta fermando: sono ferme le sfilate, i negozi e tutta la filiera della moda. Le grandi firme hanno sospeso gli ordini e c’è difficoltà a fare arrivare materie prime e spedire il prodotto”. Anche perché la moda – e quindi anche la pelle, il cuoio e la calzatura – procedono per stagioni ed è difficile, in questa situazione di attesa generale, prevedere di cosa avrà bisogno.

“Già settimana scorsa, le aziende ritiravano l’ordine fatto ma non ne facevano altri. C’è un problema di salute e di contagi, è evidente, ma noi dobbiamo ragionare anche a più lungo termine e il vero problema è economico. Anche perché non c’è una data, una fine o una prospettiva e nell’incertezza i mercati aspettano e si fermano“. Con una difficoltà in più, quella “di stare in un’Europa che si sta fermando perché un camion per passare da un Paese all’altro deve fare le quarantene. Qui tutto si muove su gomma e quindi con le persone”.

Il calo produttivo, insomma, era già un dato, mentre le concerie stavano lavorando sull’invernale, che è il grosso del fatturato annuale. A questo punto, il rischio è di riavere lavoro a settembre, quando gli stilisti prepareranno la nuova stagione. Perché, oltre alla contingenza, c’è da valutare e preparare la riapertura dei mercati e anche se Conte ha detto: “Lo Stato ci sarà”, c’è tempo per capire come. Anche perché il Distretto non è solo grandi aziende, ma si regge su una miriade di piccole e piccolissime imprese. “La preoccupazione, sul lungo periodo, è la tenuta del settore produttivo ed economico”.

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