Mascherine e respiratori, il “No al fai da te” degli ingegneri biomedici

"Servono competenze specifiche e un'etica professionale"

Sono tante le richieste che arrivano in questi giorni agli ingegneri da parte di imprenditori e cittadini che vogliono mettersi a realizzare in proprio dispositivi medici o di protezione (Dpi) per pazienti e operatori sanitari. Un bello slancio di solidarietà che, però, deve tenere conto di competenza e sicurezza. Per questo, gli ingegneri biomedici mettono in guardia dai rischi del “fai da te”.

“C’è una grande confusione – precisa Ernesto Iadanza, membro della commissione biomedica dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze e docente a contratto di ingegneria clinica all’Università di Firenze e presidente della divisione Health Technology Assessment (Hta) della Federazione mondiale ingegneri biomedici (Ifmbe) -. Bisogna stare molto attenti, soprattutto a quello che circola sui social network: non si può pensare di fare un respiratore polmonare usando il filtro di un aspirapolvere o una mascherina chirurgica con la fodera di una divano. Vanno bene le semplificazioni burocratiche concesse per agevolare la produzione di dispositivi in tempi di emergenza, ma bisogna stare molto attenti a ciò che si fa e ricordarsi che per garantire la salute e la protezione delle persone servono le giuste competenze”.

“E’ bene ricordare – aggiunge Francesca Satta, coordinatore commissione biomedica e consigliere dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze – che per realizzare dispositivi sanitari di questo tipo sono necessarie competenze specifiche che si acquisiscono solo con un solido percorso di studi universitari e un’etica professionale garantita dal codice deontologico che l’iscrizione ad un ordine professionale chiede di rispettare”.

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