Economia e lavoro, crisi rientrata alla Cromology. Chiusa la chimica al servizio della concia foto

Zone industriali deserte nel Distretto del Cuoio. "Bisogna lavorare al dopo coronavirus"

“Abbiamo chiesto che anche la chimica per conceria rientrasse tra le aziende considerate non essenziali, quelle da chiudere insomma e lo abbiamo ottenuto: la chimica a supporto della conceria si è fermata venerdì”. Proprio mentre la Cgil di Pisa festeggiava un altro bel risultato: “Lo sciopero in Cromology è servito (qui). L’azienda si è dimostrata disponibile e ha compreso le ragioni dei lavoratori: la cooperativa è uscita, la cassintegrazione è stata aperta, il giorno di lavoro perso sarà pagato e la produzione è a turni ridotti, con il protocollo di sicurezza applicato al massimo e persino l’assicurazione medica a carico dell’azienda”.

La Cromology è tra le aziende che possono restare aperte perché produce vernici. Al momento l’edilizia è ferma, ma solo quella delle nuove costruzioni, mentre le ristrutturazioni vanno avanti e anche le grandi catene di prodotti per il bricolage sono aperte quindi il loro lavoro continua. Nel rispetto delle regole previste dal Decreto del presidente Conte.

Intanto, il Distretto di Santa Croce sull’Arno è chiuso da giovedì, chimica compresa. Un deserto, di quelli mai visti nella storia di questo comprensorio. “Neppure la domenica è così”, racconta Alessandro Conforti della Filctem Cgil Pisa per la zona di Santa Croce sull’Arno, che racconta un panorama da film. Una situazione straordinaria per questo iper produttivo distretto, che il Decreto per contrastare il diffondersi del coronavirus ha reso necessario. Riempiendo, però, testa e cuore di confusione. In una situazione dove sperare non basta: serve capire e programmare, facendo sistema. E ponderando l’inevitabile interesse singolo a restare in attività, con quello collettivo di stare a casa.

“La chimica è tra i settori che possono restare aperti perché magari utili a sanità o alimentare o un’altra delle aree considerate essenziali. Ma quella al servizio della conceria non può essere utilizzata in nessun modo in qualcuno di questi: è solo per la concia e se le concerie chiudono, non aveva senso restasse aperta. Così abbiamo sollevato il problema”.

La concia, d’altra parte, non è un settore necessario ed è anche “irriconvertibile”. Nel senso che lì dentro si può fare solo quello. Il discorso vale in generale per quasi tutto il Distretto. Solo sull’altra sponda dell’Arno, tessile e abbigliamento sono riusciti a riconvertire le produzioni e fare camici e mascherine, “ma veramente poca roba. Però la conceria, in pratica, produce materia prima, non la utilizza per altro”.

Cancelli serrati ma teste al lavoro, quindi, perché tutto è già spostato alla ripartenza. Che ormai sarà dopo Pasqua. “Un blocco così si regge per poco tempo, specie nelle aziende medio piccole che vivono di fatturazione”. Proprio le realtà più piccole erano quelle meno contente di fermarsi, ma anche quelle dove era più difficile rispettare i rigidi regolamenti sulla sicurezza previsti dal Dpcm. Anche se “la sanificazione, nel protocollo era suggerita, non imposta, le realtà più grosse l’hanno fatta quasi tutte. E l’hanno fatta anche molte tra quelle più piccole
dove era più complicato separare reparti e lavorazioni. E’ stato uno sforzo, anche per il sindacato, ma tutti insieme siamo riusciti a gestire le cose”.

Insieme, adesso, è l’unico modo di iniziare a pensare la ripartenza. Restando a casa.

 

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