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“Quando il precipizio sarà ben visibile, sarà troppo tardi per evitarlo”. Ripensare i modelli produttivi per salvare il mondo dopo il coronavirus

Per il professor Villa "la ricchezza accumulata può essere investita per sperimentare le transizioni e mantenere la capacità dei sistemi di welfare"

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Un aspetto cruciale che è direttamente collegato con la crisi causata dal covid 19, la malattia derivante dal nuovo coronavirus, è quello della crisi ecologica. Ce lo ha spiegato Matteo Villa (leggi qui), professore di sociologia economica all’Università di Pisa nella sua riflessione sugli effetti della pandemia (Qui la prima parte). Nel post crisi dovremo prenderci alcuni nuovi rischi per evitare il ritorno dei vecchi rischi, non più sostenibili. Ecco, alcune possibili strade da intraprendere secondo Villa.

Una profonda messa in discussione.
Questo rallentamento che tanto ci preoccupa può diventare un momento di riflessione e certo è una sorta di sospiro di sollievo per i nostri ecosistemi, compresi gli uccelli canori, da cui dipendiamo in tutto e per tutto e di cui siamo parte. Il rischio è che, finita l’emergenza, ripartiamo come e più di prima per recuperare il terreno perduto, all’inseguimento di una nuova dinamica di crescita distruttiva. Dovremmo invece prenderci il rischio di fare qualcosa di diverso. Non esistono soluzioni semplici e, come per il coronavirus, dovremo affrontare la crisi ecologica prendendoci alcuni rischi.

Probabilmente questo qualcosa richiede una profonda messa in discussione dei modelli che ci hanno condotti fino a qui. Ogni anno anticipiamo il momento in cui esauriamo le risorse che il nostro ecosistema impiega dodici mesi a riprodurre (siamo arrivati ai primi di agosto). L’impronta ecologica dei Paesi mostra chiaramente che tutti quelli ricchi consumano varie volte oltre la biocapacità di riproduzione del pianeta. La velocità crescente dello scioglimento dei ghiacci e tutti gli altri indicatori ambientali mostrano chiaramente che siamo sull’orlo di un precipizio e non possiamo cullarci nell’illusione data dalla minore visibilità del medesimo rispetto a quella di una pandemia come il coronavirus. Quando il precipizio sarà ben visibile, sarà troppo tardi per evitarlo.

Questa profonda messa in discussione, secondo i molti studi in materia (per una sintesi si veda per esempio Villa M. (2020), Crisi ecologica e nuovi rischi sociali: verso una ricerca integrata in materia di politica sociale e sostenibilità, in Toemi G. (a cura di), Le reti della conoscenza nella società globale, Carocci, Roma, in corso di pubblicazione), richiede che si riducano considerevolmente le diseguaglianze, sia interne ai Paesi, sia a livello globale, che tra le generazioni, poiché quelle future pagheranno un prezzo considerevolmente superiore per le nostre mancanze. Sono ovviamente molto importanti le innovazioni scientifico tecnologiche in grado di diminuire sensibilmente gli impatti ambientali, per esempio, riducendo o eliminando l’uso di combustibili fossili, la dispersione di materiali inquinanti e l’eccessivo sfruttamento dei suoli. Ad oggi questa strategia su cui fonda l’idea di crescita verde è però del tutto insufficiente e le politiche adottate in materia non hanno permesso una riduzione globale delle emissioni. È l’idea di crescita in quanto tale che occorre mettere in questione, tanto più la stessa da alcuni decenni non è nemmeno in grado di assicurare opportunità lavorative equamente distribuite e condizioni di eguaglianza ma, al contrario, alimenta un meccanismo in cui la diseguaglianza cresce insieme alla distruzione ecologica. Già nel 2015, il 10 per cento più ricco della popolazione globale era responsabile del 49 per cento delle emissioni prodotte mentre il 50 per cento più povero del solo 10 per cento (Leichenko, O’Brien, 2019). Affidarsi esclusivamente alla tecnologia e a ricette economiche quali il commercio delle emissioni, come nel caso del fallimentare Protocollo di Kyoto (Lawn P. (2016), Resolving the Climate Change Crisis. The Ecological Economics of Climate Change, Springer, New York.), appare un azzardo e anche una brutale semplificazione che riflette una limitata comprensione del funzionamento della natura e degli ecosistemi. Ma anche una mancanza di volontà di apprendere dai fallimenti e una sorta di intrappolamento nei modi di pensare che li hanno determinati.

L’alternativa è intraprendere una strada nuova, per quanto rischiosa: le risorse e la ricchezza accumulata possono essere investite, da un lato, per sperimentare le transizioni necessarie nelle produzioni industriali e agricole, nella organizzazione del trasporto e della vita negli spazi urbani e sociali e per accompagnare i cambiamenti necessari nei modelli di consumo. E, dall’altra, devono essere utilizzate per mantenere la capacità dei sistemi di welfare di contrastare i nuovi rischi sociali sopra indicati. Le innovazioni tecnologiche devono essere accompagnate da una riorganizzazione dei processi produttivi secondo criteri di sostenibilità e questi ultimi devono entrare nel bilancio delle imprese e delle istituzioni con valore pari a quelli economici e sociali. La contabilità delle organizzazioni deve cambiare radicalmente e così il modo in cui le informazioni sono selezionate per costruire gli indicatori economici generali, includendo finalmente quelle di tipo ambientale.

Le valutazioni politiche ed economiche devono infine guardare alla sostenibilità di lungo periodo e dismettere la centralità della profittabilità a breve termine. Ancora, le organizzazioni, comprese quelle di welfare, sistemi sanitari compresi, devono essere accompagnate a rivedere funzionamenti che, in vari casi, non riescono ad essere efficaci e producono sprechi che aumentano i fatturati ma ne riducono la sostenibilità. In particolare, nel nostro sistema altamente burocratizzato, le complicazioni procedurali e dei sistemi di governo contribuiscono ad allontanare le persone, distruggere la fiducia, aumentare i costi, ridurre la sostenibilità e aumentare la rigidità organizzativa a discapito della capacità di adattamento ai cambiamenti e alle crisi, come quella attuale. Il lavoro, la produzione, la vita familiare e la redistribuzione pubblica dovrebbero essere riorganizzate per esempio riducendo tempi e orari di lavoro, spostamenti, costi di transazione, trovando strumenti di compensazione, favorendo l’inclusione e calmierando i costi. Le transizioni rischiose verso la sostenibilità ambientale (pensiamo al noto caso dell’ex Ilva di Taranto) devono essere assunte dalle comunità nazionali e internazionali redistribuendo i costi tra tutti e in modo progressivo in base ai mezzi a disposizione. È o non è anche il caso dell’Ilva un problema di salute pubblica, solo più circoscritto?

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