Il sali e scendi dei primi dieci anni delle criptovalute

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Difficile stabilire con esattezza quanto possa valere una criptovaluta, anche perché in giro ormai se ne trovano sempre di nuove. L’opinione di chi si approccia alla materia è divisa tra chi crede nel valore di queste monete digitali e chi, invece, proprio non riesce a dar loro alcuna fiducia.

I detrattori più accaniti dicono che una criptovaluta è uno zero caricato di false aspettative, causa di tutte le peggiori bolle finanziarie. I fan migliori, invece, sono convinti che col tempo le criptovalute diventeranno base di un nuovo e sicuro sistema per i pagamenti e che diventeranno a uso e consumo di tutti, trasformando così il settore dei servizi finanziari.

Prendiamo per esempio l’andamento del prezzo di un bitcoin: la valuta è nata nel 2009 e l’anno dopo, con il primo exchange online, viene determinato il suo valore rapportato a valute vere: circa 0,003 dollari. Ma piano piano la community dei sostenitori della valuta è cresciuta e così negli anni il bitcoin ha vissuto fasi cosiddette ‘rialziste’: in meno di un anno ha raggiunto il valore di 1 dollaro e poi su fino a 31 dollari e giù fino a 2 dollari nel 2011. Sul finire del 2012 il valore è di 13 dollari. Si andrà poi da 100 a 1200 dollari nel triennio 2013-2016.

L’esplosione nella quotazione criptovalute è arrivata nel 2017: 2000 dollari a maggio, 5000 dollari a settembre, 5600 a ottobre e picchi tra 10mila e 20mila dollari sul finire dell’anno: cifre che hanno portato attenzione a un fenomeno che sembrava continuare inarrestabile la sua corsa. Nel 2018, quindi, arrivano i primi paletti: alcuni dei Paesi più coinvolti dal nuovo mercato valutario si rimboccano le maniche cercando di regolamentare il settore – soprattutto in Asia. E poi arriva anche la giustizia: emergono casi di sospetta manipolazione, di hackeraggio. Corrono ai ripari i gruppi bancari: la maggior parte limita l’uso delle carte di credito per acquistare criptovalute. Anche il colosso Facebook annuncia un giro di vite sulle pubblicità per le monete digitali.

Nel frattempo sono cresciuti anche i detrattori del fenomeno: come l’amministratore delegato di JPMorgan, che senza girarci intorno ha definito il bitcoin “frode”, bolla speculativa, febbre che avrebbe causato un crack pari a quello dell’Olanda del Seicento, quando tutti impazzirono per acquistare quantità esagerate di bulbi di tulipano.

Dal 2018 prevale quindi un atteggiamento di prudenza e cautela, rafforzato anche dal parere di Roubini, l’economista divenuto celebre per aver anticipato la crisi del 2008. Secondo lui il bitcoin non sarebbe un metodo di pagamento serio né un modo efficace per mettere da parte capitali, bensì qualcosa che si autoalimenta in modo ingiustificato, senza un ancoraggio solido.

Per le criptovalute oggi si aprono sfide nuove, che vanno al di là di previsioni e di analisi, per quanto prestigiose. Sarà la realtà a determinare quello che sarà: ci sarà ancora interesse verso le criptovalute se verranno risolti, per esempio, i problemi di scalabilità, in modo da renderle strumento efficace e utile per intrattenere relazioni nel commercio. Bisognerà capire se le criptovalute possono o meno avere un loro valore intrinseco e soprattutto arginare la spinosa questione sicurezza: sono o no possibili truffe, e se sì con quale incidenza? Il mercato è giovane e le autorità competenti, di controllo, tendono a tenere tirato il freno a mano.

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