“Magazzini dei macelli vicini alla saturazione”, Unic chiede che le concerie rientrino nel primo ciclo di aperture

"Le nostre aziende sono a metà di una catena di fornitura"

“Appare essenziale per noi rientrare tra i settori di prossima riapertura al fine di permetterci di preparare i materiali con cui rifornire le industrie clienti quando riapriranno le attività”. In una lettera al Governo, lo scrive Gianni Russo. Il presidente Unic Concerie Italiane auspica che “un’eventuale decisione di graduale ripresa delle attività economiche, non esplicitamente incluse nella lista delle essenziali, possa coinvolgere in primo luogo industrie funzionali come quella conciaria”.

Per Russo, infatti, “La funzionalità strategica del settore conciario non è relativa solo alla gestione della materia prima grezza. Sempre in un’ottica di graduale ripresa delle attività, le nostre aziende sono a metà di una catena di fornitura che vede i nostri fornitori già operativi e i nostri clienti manifatturieri ancora chiusi e senza materie prime”.

La conceria italiana, in questo modo, sottolinea la sua funzionalità strategica e le specificità della sua attività, tanto da richiedere un’attenta valutazione da parte istituzionale in funzione di una “progressiva, tempestiva e responsabile ripartenza della attività economiche nazionali“.

Il settore conciario in Italia è composto da 1.200 imprese e circa 18mila addetti, con un fatturato complessivo di 5 miliardi di euro l’anno (65% del totale UE, 22% a livello globale), di cui oltre il 75% derivante da esportazioni dirette in oltre 120 Paesi. È “un’industria quasi esclusivamente a conduzione familiare, dove la tradizione e il saper fare nobilita la forte attitudine alla creazione e all’innovazione”. È “un’industria attenta a salvaguardare la salute e la sicurezza dei propri addetti, a investire nelle loro competenze, a tutelare e valorizzare i territori distrettuali in cui è posta. Ed è, soprattutto e da sempre, un esempio virtuoso di vera economia circolare, perché ricicla uno scarto dell’industria della carne”.

La pelle grezza è, infatti, “un sottoprodotto di origine animale, il cui trattamento è sottoposto a rigide e specifiche regolamentazione nazionali ed internazionali per motivi di carattere sanitario”. Un sottoprodotto “altrimenti destinato a rifiuto, con conseguente costo economico ed ambientale e, dopo la lavorazione, reintrodotto nel circuito manifatturiero come materiale naturale, performante, duraturo”.

“L’emergenza portata dal covid 19 – si legge nella lettera firmata dal presidente Unic – sta mettendo a dura prova la nostra società, il nostro modo di vivere, la nostra economia. Siamo consapevoli degli incredibili sforzi profusi non solo da parte dei medici e del personale ospedaliero, ma anche dalle autorità di governo locale e nazionale, in prima linea nella gestione di un evento di portata straordinaria. Abbiamo seguito l’evolversi delle misure adottate nelle ultime settimane per contrastare l’espansione del contagio e, non essendo l’attività conciaria esplicitamente inclusa nella lista di quelle considerate essenziali, le nostre concerie hanno sospeso l’attività lavorativa lo scorso 25 marzo, nell’ottica di riprenderla quanto prima. In un momento di fondamentale importanza per l’attività produttiva stagionale, si è trattato di una forte assunzione di responsabilità, sia nei confronti dei propri dipendenti che verso le comunità in cui sono inserite”.

Però, l’interruzione delle attività conciarie “ha portato anche al blocco del commercio di pelli grezze, con evidenti problemi di gestione delle stesse da parte dei nostri fornitori, i macelli, la cui capacità di stoccaggio è limitata, sia in termini di spazio che di tempo. Le pelli grezze sono infatti materiale organico deperibile che necessita di stabilizzazione per evitare rischi di carattere ambientale e sanitario. Nei giorni scorsi, ci è stato segnalato che i magazzini di molti macelli sono vicini alla saturazione e che, attualmente, non c’è un’alternativa alla vendita delle pelli alle concerie, dato che nessuna discarica o impianto di incenerimento le accetterebbe come nuovo rifiuto”.

Concerie Italiane, dunque, “auspica che un’eventuale decisione di graduale ripresa delle attività economiche non esplicitamente incluse nella lista delle essenziali possa coinvolgere in primo luogo industrie funzionali come la nostra”. Perché, “la situazione potrebbe essere ancora gestibile” nel caso la riapertura avvenisse quanto prima, “ma rischia di diventare estremamente problematica in caso di slittamento e persistente chiusura dell’attività conciaria”.

 

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