Lunedì la Fase 2, Benvenuti (Cgil): “Non possiamo permetterci una ripresa dei contagi”

Per fare fronte alla crisi "Credo sia il momento di una tassazione maggiormente progressiva e di una patrimoniale"

Responsabilità, fermezza, spirito di iniziativa. Ma anche controlli, severi, sulla sicurezza. Questo chiede e promette la Cgil del Comprensorio del Cuoio, che tramite la segretaria di zona Tania Benvenuti guarda con apprensione e speranza alla fase 2 dell’era covid 19.

“La riapertura a ranghi ridotti, concessa dal governatore della Toscana Enrico Rossi il 27 aprile per riorganizzare gli ambienti e salvare le pelli umide, ha visto una timida partecipazione delle aziende, meno di quanto ci si aspettasse – dice –. In generale il comprensorio ha dato prova di grande responsabilità, mentre il nostro sindacato chiedeva a gran voce anche a livello nazionale la chiusura dei servizi non essenziali e ha dovuto scontrarsi duramente con Confindustria. Sappiamo ormai che in Lombardia il 60 per cento delle aziende ha continuato a lavorare, mentre nel nostro distretto hanno chiuso tutti. Durante i nostri controlli, le aziende trovate aperte si contano sulle dita di una mano, mentre le deroghe, da noi verificate in prefettura, in tutto sono state poco più di una trentina e sempre finalizzate a mandare pochissime persone in ufficio a controllare la posta, le macchine, caldaie e poco più”.

Adesso è però venuto il momento di ripartire, con il lavoro e con la sicurezza. Come pensate di monitorare la situazione?
“Siamo in contatto continuo con il presidio Asl di Prevenzione Igiene e Sicurezza sui luoghi di lavoro e non faremo sconti a nessuno – promette –. Invitiamo i lavoratori a contattarci e segnalare eventuali anomalie. Sono stati scritti protocolli nazionali suppa sicurezza, ma come quasi sempre avviene queste cose per farle bene le si devono fare con chi conosce il settore e chi ci lavora. I protocolli nazionali sono troppo generici. Bene è stato mettersi intorno ad un tavolo fra persone che conoscono la concia, le fabbriche, i macchinari. Assicurare turnazioni, contingentamento, spazi e dpi in conceria non è come farlo in altre aziende. Lo stesso si è fatto a livello regionale per l’edilizia, altro grande settore che riparte lunedì. I ritmi non potranno essere quelli di un tempo. Alcune cose ci sono chiare, altre le dovremo monitorare in corso d’opera”.

Eppure qualcuno in Toscana spinge, già da tempo, per riaprire. “Ci sono molti modi, anche per testimoniare un malessere che c’è e che ben conosciamo. Il settore moda ha fatto molta pressione, ed in Toscana il caso Prato lo dimostra – continua Benvenuti –. Nel Comprensorio invece molti hanno capito che non possiamo permetterci, in nessun modo, una recrudescenza sul fronte dei contagi. Non possiamo assolutamente permetterci di sbagliare. Lo dobbiamo ai lavoratori, alle nostre famiglie, al bene di tutto il comprensorio. Il problema di un’azienda diventerebbe in poco tempo un problema di tutti e questo ha invitato le aziende alla massima prudenza, anche in vista delle misure di sicurezza che dovranno essere attuare da lunedì”.

E i lavoratori? “Anche loro sono stati molti responsabili – dice –. Quando le ditte hanno chiuso, sono stati soprattutto loro a chiederci di far sentire la nostra voce come sindacato. La paura prevaleva ed erano i giorni convulsi dell’esplosione dei contagi. Volevano chiudere e temevano per la loro sicurezza. Adesso in tanti è tornata la consapevolezza che il lavoro debba ripartire. Il ruolo del sindacato in questo momento è consistito anche nel evitare fughe in avanti. Si doveva arrivare al momento di aprire quando la sicurezza sarebbe stata garantita, non prima. Quanto alla cittadinanza devo dire che l’impressione che ho avuto è che siano tutti stati corretti. Il corso di Santa Croce, vicino alla nostra sede, mai era stato così silenzioso. Un silenzio che faceva male e ci ha fatto pensare spesso agli schiamazzi e alle corse dei tanti bambini che lo animavano ogni giorno. Da questo punto di vista anche la comunità senegalese è stata molto consapevole”.

Cambiare tutto insomma, ma non solo in concia.
“Questa pandemia ci ha ricordato quali sono i veri servizi essenziali. Di colpo, un settore tanto bistrattato come il pubblico viene riscoperto e rilanciato nel suo ruolo. La sanità è un bene comune, e non solo quella. Servono ripensamenti in tanti settori. Penso a quello agroalimentare o a quello della cura degli anziani. E’ l’ora di regolarizzare i flussi e di finirla con l’abuso dei voucher: la via maestra è attuare i contratti nazionali”.

Alla crisi si fa fronte con il welfare e questo si declina attraverso gli enti locali e le politiche sociali. Che ruolo vedete per i nostri comuni?
“Soprattutto chi lavora con gli Stati Uniti adesso è in difficoltà, lo sappiamo. Le ditte e i lavoratori ce lo dicono. Viviamo tutti un momento drammatico le cui conseguenze su lavoro, sull’occupazione e sul potere di acquisto delle famiglie non sono chiare a nessuno. Sarà dura – spiega –. Servirà una rivoluzione nel modo di gestire le risorse, dal livello nazionale a quello locale. I comuni avranno meno entrate e al tempo stesso in questi anni hanno dovuto vedersela con vincoli di bilancio che li hanno ingessati e adesso rischiano di deprimere la ripresa. Gli effetti della crisi già si sentono: in pochi giorni i buoni spesa dei comuni sono andati esauriti, esaudendo solo il 50% della domanda. Credo sia il momento di riflettere sull’opportunità di una tassazione maggiormente progressiva e di una patrimoniale. L’85% del bilancio dello stato poggia su lavoratori dipendenti e pensionati, che vedono ancor di più peggiorare le loro condizioni. A loro e alle fasce più fragili dobbiamo risposte, non altri sacrifici. La vicenda, di appena un giorno fa, di quel terribile ritrovamento a Fucecchio, dove un senzatetto è stato rinvenuto senza vita all’interno di un cantiere, testimonia che la combinazione di isolamento, solitudine ed impoverimento può uccidere. Non possiamo permetterlo”.

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