Covid, un’azienda su 2 si aspetta di “guarire” nel 2021. Ripresa più facile in edilizia, meno ottimismo tra chi fa export

Economia da ricostruire: il 42,2% delle imprese pisane ha chiesto di accedere alle misure di sostegno, più della media nazionale

Il 54% delle aziende pisane si aspetta che il recupero post covid 19 arrivi nel 2021. Anche grazie agli incentivi del Governo, giudicano migliore la situazione le aziende dell’edilizia e anche quelle di servizi avanzati e logistica.

E’ quanto emerge dall’analisi della Camera di Commercio di Pisa sui dati del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal, sulla base delle entrate previste dalle imprese con dipendenti dell’industria e dei servizi nel periodo luglio-settembre 2020: un’indagine che ha coinvolto in provincia di Pisa un campione di 613 aziende tra il 25 maggio e il 9 giugno 2020.

Lo shock causato dall’emergenza sanitaria globale e le misure adottate per contenerne la diffusione hanno infatti inciso in maniera profonda sulle modalità operative e organizzative delle imprese e le conseguenze tendono a ridimensionarsi con molta lentezza e il sentiment delle imprese è orientato all’incertezza. Infatti, solo il 10% del totale non ha subito contraccolpi produttivi e perdite economiche significative nel corso del lockdown, mentre gli effetti di questa crisi hanno reso particolarmente difficile l’orizzonte di business della stragrande maggioranza delle imprese: l’89% del totale imprese con almeno un dipendente (un valore superiore alla media nazionale dell’85%) non ha ancora assorbito le ripercussioni della crisi e oltre la metà di queste (54%) si attende di poter superare questa fase solo nella prima metà del 2021.

Un percorso dunque che si presenta in salita visto che un ulteriore 33% pensa di recuperare entro la fine del 2020 il ritorno a risultati operativi accettabili mentre un 7% conta di aver recuperato entro luglio e un altro 7% entro ottobre dell’anno in corso. Peggiore la situazione delle imprese che intrattengono rapporti di affari con l’estero, per questa categoria il 59% delle aziende conta di recuperare nel 2021: pesano su questo gruppo le difficoltà più volte ricordate legate alla netta contrazione dei flussi commerciali e turistici internazionali.

“Il quadro che emerge dai dati – per il presidente della Camera di Commercio di Pisa Valter Tamburini – è molto pesante ma lascia intravedere qualche elemento positivo. Pesante perché mette in luce una situazione molto delicata soprattutto per quegli spezzoni della nostra economia che andavano bene prima della pandemia come il turismo e in parte anche la meccanica e la moda. E’ invece positiva la capacità di reazione delle imprese che non solo pensano a ripartire in sicurezza riqualificando il personale, ma colgono questo momento estremamente difficile per investire sul digitale che in questo frangente, ma non solo, diventa un elemento estremamente importante”.

Alla fine della prima fase covid, nel periodo dal 29 maggio al 9 giugno 2020, il 30% delle imprese con dipendenti della provincia di Pisa (si tratta di oltre 3mila unità) si collocavano su posizioni non troppo lontane dalle condizioni operative precedenti, mentre la maggior parte delle imprese, il 64% (quasi 7mila), ha dichiarato di operare a regimi ridotti rispetto alla situazione pre-covid mentre il 6% (circa 700) erano ancora sospese o stavano valutando di non riprendere l’attività.

La lettura della situazione delle imprese a livello settoriale aiuta a descrivere il diverso impatto prodotto dalle norme sul lockdown: i servizi alle avanzati imprese (finanziari, assicurativi, informatici, ecc.) essendo tra i comparti cui la crisi ha richiesto un particolare impegno, pur dovendosi riorganizzare, hanno conservato una continuità nelle attività che ha consentito di presentarsi alla fase del riavvio valori che si aggirano intorno al 50% delle imprese nelle condizioni operative pre-crisi. All’estremo opposto la filiera del turismo-ristorazione dove il 77,5% delle imprese si sono rimesse in attività a regimi ridotti mentre il 18,7% sta valutando di arrivare alla chiusura o al prolungamento della sospensione, una situazione che potrebbe modificarsi sulla base dell’effettivo andamento della stagione estiva. Tra gli altri comparti del terziario che hanno avvertito in modo pesante gli effetti del lockdown troviamo il commercio ed i servizi alle persone, in questo ultimo comparto la quota di aziende chiuse o dove si valuta la chiusura arriva al 13,9%. Anche sul versante dell’industria il quadro rimane critico con il 63,3% delle imprese che operano ancora a regime ridotto e punte del 74% nella moda dove, come noto, cuoio e calzature sono settori di punta.

Contrariamente a quanto accade a livello nazionale, la presenza stabile sui mercati internazionali e la maturità digitale delle imprese non rappresentano, almeno in questo frangente, fattori rilevanti nell’affrontare la crisi. Se è infatti vero che solo il 3,8% delle imprese vocate all’export non ha ancora riavviato l’attività o valuta la chiusura, il 65,7% opera ancora a regime ridotto. Per le aziende considerate digitali solo il 5,1% non ha ancora riavviato l’attività o valuta la chiusura, mentre il 59,4% lavora a scartamento ridotto.
A determinare questa differenza è ovviamente la diversa composizione del tessuto produttivo con Pisa che risulta relativamente più specializzata nel turismo e nella moda, comparti oggettivamente colpiti in modo più forte rispetto ad altri.

Alla data di realizzazione dell’indagine, il 42,2% delle imprese pisane (oltre 4mila) ha presentato domanda per accedere alle misure di sostegno previste dal Decreto liquidità contro una media nazionale ferma al 37%: di queste il 59% risulta essere già stato approvato. Oltre ai finanziamenti previsti dal Decreto liquidità, per assicurarsi i fondi necessari, il 27,4% delle imprese ha utilizzato linee di credito bancario già in essere, richiesto anticipi sulle fatture, ovvero l’attivazione di prestiti e i finanziamenti previsti dalla regione.

Considerando i diversi settori tra i comparti che hanno potuto riprendere le attività immediatamente dopo la fase di più stretto lockdown, le imprese delle costruzioni evidenziano la situazione migliore, con quasi l’11% degli operatori che ritiene di vedere il superamento delle difficoltà entro fine luglio e un ulteriore 8% che lo attende per fine ottobre, sebbene la quota di quelle che non hanno subito perdite nel periodo di sospensione obbligata sia piuttosto contenuta (intorno al 6%). Le migliori prospettive messe in luce dalle costruzioni sembrano legate ai provvedimenti per la riqualificazione e dell’edilizia abitativa e scolastica (anche in ottica green come l’ecobonus) fino ai grandi investimenti pubblici e alla semplificazione amministrativa dei procedimenti per la realizzazione e gestione delle infrastrutture strategiche.

Tra i comparti che mostrano una miglior capacità di reazione alla fase più pesante della crisi ci sono alcuni dei settori la cui piena efficienza si è dimostrata “essenziale” nel corso di questa crisi, come i servizi avanzati di supporto alle imprese (il 71% degli operatori che già nel 2020 conta di raggiungere i livelli pre-covid entro fine anno), le industrie meccaniche ed elettroniche ed i servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio (55%), quelli informatici (quota al 54%) e i servizi alle persone (con il 52%).

Molto più critiche sono le prospettive di recupero che si prospettano finora per il turismo, che oltre ad aver sofferto gli effetti della perdita del volume di affari per la chiusura delle attività, con tempistiche più lunghe rispetto ad altri settori, è anche penalizzato dall’inevitabile protrarsi delle limitazioni nei flussi turistici esteri oltre che dagli effetti negativi legati al calo dei redditi sia sul fronte interno che internazionale. In questo contesto ben il 70% delle imprese ritiene di poter tornare a livelli di attività adeguati solo non prima del primo semestre del 2021 e Soltanto il 10% degli operatori del comparto prevede il ritorno a condizioni accettabili entro il mese di ottobre. Una situazione analoga, anche se a tinte meno fosche, è quella che viene prospettata dalle imprese del commercio: il 56% teme che gli effetti dell’emergenza covid 19 possano durare fino al 2021. A pesare anche in questo caso, oltre alle misure di contenimento adottate che hanno modificato le abitudini di spesa dei consumatori ma anche l’aumento delle difficoltà economiche per molti nuclei familiari.

La gran parte delle imprese pisane (il 78%) ha dichiarato per il primo semestre 2020 un livello occupazionale stabile rispetto allo stesso periodo del 2019: una conseguenza soprattutto dei provvedimenti legislativi adottati dal Governo a tutela dell’occupazione. Sono tuttavia il 20% le imprese che nel primo semestre 2020 hanno registrato una flessione dell’occupazione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, a fronte di un 1% che hanno potuto registrare un’espansione della forza lavoro. Il settore che segnala problemi occupazionali superiori alla media è quello dell’accoglienza (turismo-ristorazione) dove la quota di imprese con occupazione in calo arriva al 45%. Il saldo tra le percentuali delle imprese in flessione e di quelle in crescita è quindi pari a -19 punti percentuali.

La presenza stabile sui mercati esteri ha però permesso una maggiore resilienza occupazionale con un saldo che, seppure negativo, risulta essere inferiore (-14 punti percentuali) rispetto alle imprese che non intrattengono rapporti con l’estero dove il saldo arriva al -20.

Il mantenimento e, in rari casi, l’aumento dell’occupazione delle imprese pisane nel primo semestre del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente è determinato da alcuni fattori. Tra tutti quelli analizzati dallo studio spicca la possibilità di attivare gli ammortizzatori sociali (indicato dal 46% delle imprese di questo gruppo), l’operare in un settore non interessato dal lockdown o fare parte delle filiere considerate essenziali (in entrambi i casi il 20%) ma anche l’utilizzo del lavoro agile (15%).

A livello settoriale sono notevoli le differenze: mentre nel manifatturiero il 54% delle imprese con occupazione stabile ed in aumento ha fatto ricorso ad ammortizzatori sociali, con punte del 63% nel sistema moda (per lo più cuoio e calzature), nei servizi tale quota scende al 42% (a causa dell’elevato utilizzo da parte delle imprese del commercio e del turismo) con minimi del 17% per quelli bancari e assicurativi. Per contro gli strumenti di lavoro agile sono relativamente meno diffusi nel manifatturiero (11% delle aziende con occupazione stabile o in aumento) mentre nei servizi si sale al 17% con punte in quelli informatici e di telecomunicazione (il 56% delle aziende del settore ha optato per questa soluzione), finanziari e assicurazione (49%) e servizi avanzati di supporto alle imprese (47%). Il ricorso al lavoro agile è in relazione crescente rispetto al numero degli addetti: se l’11% delle imprese della classe 1-9 addetti ha fatto ricorso a questa tipologia organizzativa, la quota di aziende con più di 249 dipendenti arriva al 43%.

A determinare la contrazione dell’occupazione contribuiscono quasi esclusivamente le forme di lavoro a tempo determinato che, causa emergenza, non si sono potute attivare o rinnovare considerati gli interventi legislativi che invece hanno impedito licenziamenti nel periodo considerato.

A portare il 20% delle imprese pisane a contrarre l’occupazione rispetto all’anno precedente pesano il calo della domanda (indicato dal 71% delle imprese pisane con andamento occupazionale in contrazione) ma anche lo stop operativo durante la fase di lockdown (45%) ma anche problemi di debolezza finanziaria (34%) e le limitazioni nei movimenti delle persone in conseguenza del rischio sanitario (22%). Da non sottovalutare neppure l’impossibilità di ricorrere al lavoro agile per motivi operativi o tecnici (il 17% delle imprese) così come il 6% delle imprese che per motivi organizzativi non hanno potuto far ricorso al lavoro agile. Il 9% delle aziende con occupazione in diminuzione segnala l’interruzione delle catene di fornitura causa lockdown come motivo del calo della richiesta di lavoro.

Nel periodo del lockdown, 8 imprese su 10 hanno dichiarato di aver attivato azioni specifiche rivolte alla salvaguardia del proprio personale. La più rilevante è la Cassa integrazione a zero ore (adottata dal 66% delle imprese, con punte che sfiorano l’87% nell’industria delle pelli-calzature e l’81% per i servizi di alloggio, ristorazione, turistici) coinvolgendo oltre 30mila lavoratori. Subito dopo la CIG a zero ore troviamo la fruizione di ferie e permessi (il 28% delle imprese, quota che sale al 51% per i servizi finanziari e assicurativi e al 35% per la logistica per un totale di oltre 18mila lavoratori) e la cassa integrazione a orario ridotto: scelta dal 21% delle aziende, per un totale di 15mila persone. Il ricorso al lavoro agile, messo in campo dal 17% delle aziende pisane per un totale di 10mila persone, vede valori decisamente più elevati -nel comparto manifatturiero- nei settori della chimica-farmaceutica e della meccanica e -nel comparto dei servizi- nei settori dell’informatica-comunicazione, finanziario-assicurativi e in quelli avanzati di supporto alle imprese.
Spostando lo sguardo sulle azioni da mettere in campo nei prossimi sei mesi, e quindi, in una prospettiva post-Covid19, si registra un elevato dinamismo che spinge l’83%, pari a 8.750 aziende, a programmare interventi, mentre il 17% dichiara di voler attendere l’evoluzione della situazione per poi definire un piano di attività.

L’87% ha dichiarato di adoperarsi per l’adozione di strumenti atti a garantire il rientro in sicurezza dei lavoratori. Elevata l’attenzione all’adozione di protocolli di sicurezza sanitaria (62% imprese), la formazione del personale sui Dpi (55% imprese), alla presenza di un responsabile prevenzione Covid o di in punto sanitario di riferimento (18%), anche a seguito degli adempimenti normativi previsti per la riapertura. La riprogettazione degli spazi per gli uffici e i reparti produttivi, e più in generale, degli spazi dedicati all’attività lavorativa per garantire il rispetto del distanziamento sociale, infine, completano l’articolato quadro delle misure pianificate dalle imprese per poter riprendere in sicurezza l’attività.

Nell’immediato futuro una quota (comunque ancora contenuta) di imprese, oltre a garantire le misure necessarie a ripartire in sicurezza, ha fra le priorità l’adozione o l’estensione delle forme di lavoro agile (misura pianificata da appena il 10% delle imprese), lo sviluppo di servizi a domicilio (6%) e lo sviluppo del commercio elettronico (5%). Più elevate le quote di imprese con azioni pro-attive tra le esportatrici (qui la quota di chi prevede il lavoro agile sale al 19% ed il commercio elettronico al 13%) ma anche tra le imprese classificate come digitali (21% lavoro agile e commercio elettronico al 7%).

La digitalizzazione si è rilevata un elemento fondamentale per contenere la diffusione del virus, ma anche per gestire e mitigare le conseguenze economiche. Le nuove tecnologie digitali hanno permesso a imprese, lavoratori e consumatori di continuare a interagire evitando la paralisi totale di molte attività e dei servizi essenziali come ad esempio l’istruzione. Un’azione che non finisce con l’emergenza ma che le imprese, passata la fase più acuta, puntano a incrementare: se nella fase pre-covid il 68% delle imprese aveva investito in tecnologie digitali adesso la stessa quota sale al 72% con un balzo in avanti consistente nella chimica-farmaceutica-gomma-plastica (passata dal 74% del pre all’88% del post).

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