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“Fateci lavorare anche in zona rossa”, il grido d’aiuto di parrucchieri ed estetisti del Cuoio

“Il covid sta cambiando le abitudini dei nostri clienti" serviti a Santa Maria a Monte o Pontedera "e da chi lavora in casa". Il timore è che "non torneranno più"

Aver acquistato detergenti, macchine a ozono, asciugamani monouso e dispositivi di sicurezza non è bastato. Non sono state sufficienti nemmeno le modifiche dei locali per assicurare le distanze nei centri estetici e nei negozi dei parrucchieri del comprensorio, che da due settimane sono chiusi e si preparano alla Pasqua in zona rossa. A far scattare la rabbia, però, è la disparità rispetto ai loro colleghi di Santa Maria a Monte o Pontedera che sono rimasti in zona arancione rafforzata e quindi rimasti finora aperti.

Insoddisfatti anche sul meccanismo dei ristori e sul fronte dei controlli perché, dicono,c’è chi va a farsi i capelli in casa: furbetti che però sono quasi impossibili da “beccare” sul fatto. “Non è che noi non lavoriamo – ha spiegato Stefania Miscoria di Miss Hair a San Romano -: se ci sono delle regole da rispettare per la salute, si rispettano. Però non è giusto che noi siamo chiusi e quelli di Santa Maria a Monte e Pontedera siano aperti. Cosa cambiano sei o sette chilometri per l’andamento della pandemia? O tutti aperti o tutti chiusi. Io ho aperto il negozio a San Romano il 6 marzo e dopo una settimana hanno chiuso tutto. Questo, se è per la salute mi sta anche bene, ma non posso sentirmi dire dalle mie clienti che vanno a Pontedera perché ne avevano bisogno. Perché è vero che se per due settimane non ti fai i capelli non è la fine del mondo, ma la donna non fa a meno di questi servizi.

Il problema vero, oltre ai mancati incassi, è vedere se quando riapri poi le persone tornano. Noi del Cuoio siamo tutti arrabbiati, compresi gli estetisti che sono messi anche peggio dei parrucchieri. Per non parlare dei furbetti che vanno a farsi i capelli a casa”.

Un altro elemento di critica è il fatto che ci siano due pesi e due misure per quando riguarda la considerazione del rischio di contagio rispetto alla necessità di mettere in sicurezza i lavoratori più esposti. “Mi chiedo quanto può essere utile una chiusura di questo tipo – chiede con tono deluso Alessandra Ciurli, una delle titolari del centro estetico Il cigno blu di Montopoli -: si chiudono solo delle zone con dei servizi che hanno sempre seguito le dovute cautele e attenzioni. Ci sono celle incongruenze perché non ci sono mai stati focolai dal parrucchiere o dall’estetista.

Non sono contenta di lavorare con un alto rischio di contagio, ma mi sembra che queste misure non portino a nessun risultato utile nemmeno per il contrasto alla pandemia. Oltre a questo, sono sconcertata dal discorso sulle vaccinazioni: noi veniamo ritenute ad alto rischio contagio, ma per quando riguarda la vaccinazione non siamo stati presi in considerazione. Sono poche le categorie di lavoratori che hanno un contatto così ravvicinato, ma non ci sentiamo tutelati”.

Resta la delusione: “Chiedono un calo del fatturato del 30 percento rispetto all’anno precedente – ha spiegato Ciurli – ma non è giusto perché se uno è stato bravo a riorganizzarsi e ha lavorato è stato comunque un lavoro discontinuo: se un mese mi fai stare chiuso in quel mese lì mi devi dare una copertura”.

In gioco c’è anche la relazione col cliente, perché nel settore benessere si tratta di lavori basati sulla fiducia e sull’abitudine, che la pandemia rischia di modificare. “A un chilometro da noi gente fa i capelli e a noi non sta bene – protesta Stefania del negozio La bellezza in 2+2 a Capanne -. Noi subiamo un danno perché le clienti vanno da un’altra parte, cambiano le loro abitudini e poi non tornano. Cambiano giro, si perde l’affiatamento, si è rotto un meccanismo che si basa sulla fiducia tra noi e loro perché è venuta meno l’abitudine”. La pandemia ha cambiato anche il modello dei canoni estetici in un certo senso: “Ora – spiega la parrucchiera – c’è chi si piace con il capello bianco. Invece di venire tutte le settimane ora vengono una volta ogni 15 giorni perché magari il marito o la figlia gli passa il colore. C’è anche chi non se lo fa più il colore perché tanto deve stare a casa. Noi cerchiamo di dare il massimo, ma queste misure ci danneggiano: aprile è il mese in cui si lavora di più.

Poi, io vedo i miei clienti con i capelli fatti mi chiedo chi glieli abbia fatti: o sono andati a Pontedera e Santa Maria a Monte o a casa di qualcuno. Noi, invece, abbiamo comprato la macchina a ozono, tutti i detergenti, i dispositivi di sicurezza, ma per cosa? Per stare chiusi?”.

La soluzione auspicata? “Fateci lavorare anche in zona rossa – è la richiesta di Fabrizio Colella, del negozio Fascino e stile di Santa Croce sull’Arno -. Tra Santa Croce e Castelfranco siamo rimasti solo noi di negozi, volete far chiudere anche noi? Io ho un negozio di 80 metri quadri, se faccio entrare due persone a una distanza di 4 metri con una parete nel mezzo dove è il problema? Noi del settore benessere e i ristoranti siamo gli unici chiusi, non siamo tutelati”.

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