Quantcast

La comunicazione tra ‘uomo e macchina’ nel Distretto conciario, la tesi di laurea di Daria Gambini foto

Dopo decenni dall'avvio dei processi industriali la soluzione è ancora nell'azione comune e nella progettazione inclusiva

Un’indagine sperimentale sul distretto conciario che si concentra sul tema della comunicazione tra operatore e macchina. È questo il concetto alla base della tesi di laurea di magistrale di Daria Gambini, Il Distretto industriale di Santa Croce sull’Arno: per una nuova comunicazione tra operaio e macchina. La giovane neolaureata di Castelfranco di Sotto, in scienze della comunicazione a Firenze, ha redatto nei mesi bui del lockdown una tesi basata anche, per quanto possibile, sulla raccolta di dati attraverso questionari e valutazioni, che alla fine con grande sorpresa sembrano indicare una strada controstorica, nel senso che individua la soluzione del problema ancora una volta in un’azione collettiva all’interno della fabbrica, dove la comunicazione intesa come ‘comune azione’ diventa il vettore per fare sintetizzare le esigenze di produzione, da cui discende la progettazione della macchina, e le condizioni di lavoro di chi vi opera.

E’ interessante notare nella tesi di Gambini come per altre strade filosofiche, tendenzialmente fenomenologiche e forse un po’ figlie del pensiero debole che informa ciò che rimane della società della comunicazione e anche il mondo dell’industria ‘post novecentesca’ alla fine si ritorni come era stato alle origini dell’era industriale italiana a rilevare la necessità, ancora una volta, di un’azione collettiva all’interno della fabbrica, dove parte datoriale, progettista della macchina e lavoratore devono rintracciare, secondo le conclusioni dell’indagine uno spazio di comunicazione e confronto.

Un’ipotesi coraggiosa, sopratutto se si pensa che viene avanza in un territorio e in un tempo nel quale non tanto all’interno della fabbrica, quando nella collettività la prassi è pensare che non comunicare di un problema significa azzerarlo e per tanto neutralizzarlo, in una continuo scontro in cui alla fine la realtà storico oggettiva vince sulla non comunicazione con effetti spesso inattesi e fortemente impattanti.
Un’indagine che riporta quindi in primo piano il problema della comunicazione.

Gambini partendo dal riferimento teorico filosofico del post umano Gambini cerca di elaborare una versione di uomo totalmente diversa dalla plurisecolare tradizione umanistica “antropocentista”: l’essere umano non è il solista assoluto dell’universo, poiché da sempre dialoga, si contamina e si ibrida con ciò che è altro da sé ed è parte integrante di un coro di alterità animate e non che hanno pari dignità. Tra queste è inclusa la macchina, quell’entità che da più di tre millenni interagisce con l’uomo, con il quale si evolve e si rende complessa. Il rapporto tra uomo e macchina, dal punto di vista della giovane dottoressa, si gioca tutto sulla base del progetto voluto e scelto, poiché la macchina ora può rivelarsi complice e collega fidata dell’uomo, oppure assorbire del tutto la sua soggettività, illudendo quest’ultimo di essere artefice e conscio dei suoi bisogni, quando in realtà tutto è pilotato dagli script interni del mezzo.

Nella tesi che parte da questo presupposto Gambini cerca di declinare la teoria nella pratica, cercando di comprendere quale vettore regolasse l’ibridazione uomo-macchina all’interno del contesto produttivo e lavorativo del settore conciario e nell’indotto delle aziende che lavorano in contoterzi del distretto industriale di Santa Croce sull’Arno.

Questo tipo di attività prevede una forza di lavoro composita: il corpo macchine e quello operaio, che si incontrano costantemente all’interno dell’ambiente di lavoro.

Un’indagine che ha portato la ricerca di bambini all’interno della conceria contemporanea chiedendo agli operai come vivono il loro rapporto con la macchina, con un questionario online che ha reso sperimentale la tesi e che è stato compilato da un cluster di 30 individui.

L’intento era anche quello di capire se il corpo operaio è il destinatario ultimo degli impianti meccanici o se prende attivamente parte alla progettazione delle stesse, condividendo competenze pratiche e il suo ingegno.
I questionari hanno rilevato che tra operaio e macchinario c’è partnership, il livello degli impianti è buono e la loro manutenzione puntuale. Paradossalmente molti degli intervistati hanno dichiarato che se avessero potuto, avrebbero realizzato il macchinario diverso da come oggi appare.

Un’importante indicatore questo che emerge dalla tesi di Daria Gambini, che permette di rilevare quanto siano scarni o assenti gli scambi comunicativi sui macchinari tra fornitori, operai e superiori. Per tale motivo la progettazione del corpo macchine non è inclusiva di quella voce operaia, che rappresenterebbe il feedback pragmatico; importante tanto quanto quello ingegneristico e tecnico.

Concentrandosi su questo punto di debolezza Gambini nella tesi cerca anche una sintesi che rappresenti una soluzione al problema. La strada indicata dalla neo dottoressa è quella di affidare a un team di comunicatori l’organizzazione di incontri dedicati a questo tema tra operai, superiori, meccanici e ingegneri per la realizzazione di macchine conciarie consapevoli delle caratteristiche umane.

Una soluzione che si spinge fino a prendere in analisi il il codice etico del distretto per inserirvi tra i valori da rispettare anche quello di “Progettazione inclusiva”. Due termini che garantiscono al prodotto in pelle toscana di essere sicuro, sostenibile, ma anche rispettoso delle caratteristiche umane, poiché progettato anche dal corpo operaio, condividendo pragmatismo e ibridazione positiva.

La tesi termina con la presentazione di un logo, che racchiude tutto ciò con la potenza universale delle immagini e che volutamente riprende quello distrettuale, al quale vuole aggiungersi senza sostituirsi. Possiamo notare che il quadrato si è trasformato in pelle, l‘elemento bianco ha assunto le sembianze della metà di un cuore meccanico, il quale va ad incontrarsi con l’altra metà, ovvero la lettera “U” di umanità, visibile attraverso un cambio prospettico dello sguardo. La sagoma è in rilievo e a farla decollare è la comunicazione, intesa come organizzazione, condivisione di buone pratiche, incontro di teoria e pratica ma anche di settori molto diversi tra loro.
L’auspicio che sottende tutta la tesi di Daria Gambini è quello che la scienza della comunicazione umanizzi ancora di più il distretto favorendo relazioni inedite tra il settore filosofico e quello chimico/meccanico, al fine di far diventare la conceria un laboratorio di ricerca. (g.m.)

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di Cuoio in diretta, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.