Coronavirus, il settore conciario si interroga sul futuro: “Serve chiarezza sulle condizioni per la riapertura”

Il sindaco di Santa Croce, Deidda: "Priorità alla sicurezza dei lavoratori". Critiche alla Regione dagli esponenti di centrodestra

Sicurezza, domanda, consumi. Sta tutta in questa tripletta la cornice all’imperativo che da ogni direzione viene delineandosi nei pensieri e nelle parole dei protagonisti della politica e dell’economia del comprensorio: riaprire. Segue doverosa una domanda: ma come?

La fase due, che le indiscrezioni nazionali attestano sempre più al prossimo 3 maggio, fa discutere anche una delle locomotive della provincia di Pisa come il distretto, fra incognite e preoccupazioni. “Se gli esperti ci diranno di aprire il 4, apriremo. Ma ciò che ci serve prima di tutto è la chiarezza nei messaggi, nelle indicazioni, nelle regole da seguire” è il commento del presidente del Consorzio Conciatori di Ponte a Egola, Michele Matteoli.

Non possiamo riaprire le aziende senza avere un’idea chiara delle condizioni. Ci sono passaggi da fare con le maestranze, i terzisti e via dicendo. E questa necessità riguarda ancor di più il nodo sicurezza. Prima si parlava di mascherine chirurgiche necessarie in fabbrica. Poi la Regione ha optato per le Ffp2, più costose. Dopo si è cambiato ancora. Insomma serve chiarezza”. La situazione economica del distretto, intanto, desta non poca preoccupazione. “Ogni giorno che passa i danni sono incalcolabili – continua Matteoli. – I nostri soci ci parlano di disdette, proroghe, clienti che rimandano ordini e pagamenti. Servire come noi gli Stati Uniti, poi, non aiuta. Perché a parte timide ripartenze in Cina e nel Nord Africa anche gli ordini sono al palo. Mentre alcuni nostri competitor che non sono fermi, come in America Latina, si stanno offrendo ai nostri clienti. Aziende come le nostre, che in media hanno 10 dipendenti, avranno bisogno di un forte sostegno, soprattutto sul fronte della liquidità. Il mese peggiore per tutti loro non è alle spalle, teme che sarà maggio”.

Sulla sicurezza come elemento di priorità parla, oggi, la politica. Con la consapevolezza che non solo l’industria dovrà cambiare, ma anche tutta l’infrastruttura sociale. “Bisogna essere sicuri di aver trovato il modo di far lavorare tutti in sicurezza – dice la sindaca di Santa Croce sull’Arno Giulia Deidda – Quando ci immaginiamo una ripartenza, bisogna capire cosa succede se in una famiglia con due figli ci sono il babbo e la mamma operai che devono rientrare al lavoro, nonostante le scuole siano chiuse. È vero che sparare date non ha alcun senso, ma sarà importante darsi dei tempi, costruire un percorso definito”.

“Non c’è stato un giorno in cui questo tema non sia stato presente nei miei pensieri – prosegue – e nelle mie valutazioni istituzionali. Sono pronta ad affrontare il passaggio che ci porterà a convivere con il virus, tenendolo sotto controllo. Non sono pronta a fare sconti sul tema della sicurezza richiesta alle aziende. Mi preparo alla fase due, perché i numeri mi suggeriscono che il momento è vicino. Ma so che finché non sapremo bene come, non potremo sapere con certezza nemmeno quando. Sono certa che esista una condizione fondamentale, necessaria ma non sufficiente, per la buona riuscita di questo passaggio di fase: la collaborazione e la trasparenza tra istituzioni. Se la Regione e lo Stato riusciranno a collaborare attivamente con gli altri enti locali, una strada verso un nuovo presente sarà davvero possibile”.

Proprio sulla Regione Toscana sono puntati gli occhi di tutti, dopo che ieri, 18 aprile, il presidente Enrico Rossi ha scritto una lettera al premier Giuseppe Conte per richiedere attenzione sulla necessità di far ripartire i settori toscani che esportano una rilevante quota della propria produzione. Nella valutazione del presidente Rossi, si tratta di circa tremila imprese con oltre il 25% di fatturato realizzato sui mercati internazionali: impiegano quasi 90mila addetti e generano circa un terzo del Pil regionale, 33 miliardi di euro l’anno. I settori, oltre a quelli già oggi considerati essenziali sono moda, oreficeria, produzione di macchinari, impianti e mezzi di trasporto, yacht e navi compresi, marmo, ceramica.

Proprio contro la Regione, però, puntano il dito vari esponenti del centrodestra anche nel comprensorio del Cuoio. “Premesso che si debba dare una medaglia a tutti gli operatori del settore sanitario, che in questo momento rischiano personalmente e mettono a rischio i loro cari – dice il consigliere santacrocese di Fratelli d’Italia Marco Rusconi – Credo tutto ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi dimostri quando in Toscana si siano fatte scelte miopi in ambito sanitario. Basti pensare che una ‘città’ da 100mila abitanti come il distretto del Cuoio non abbia ancora un punto di riferimento suo sul fronte sanitario, mentre in questi anni, solo sull’asse Pisa-Firenze, si sono smantellati o depotenziati minimo quattro ospedali. Uno di questi è Fucecchio, che adesso è stato ‘riscoperto’ in occasione dell’emergenza”.

Sulla situazione industriale, poi, Rusconi pone dubbi sulla ‘domanda’ delle concerie. “Riaprire è sacrosanto, ma è chiaro che riaprire le concerie senza prima aver messo in condizioni di ripartire pelletterie, case di moda e quant’altro, è inutile. Si deve capire cosa ne sarà della stagione autunno-inverno. Servirà un’intesa con le parti sociali poi per le condizioni di sicurezza: faremo i turni? Quante persone per mq? Fermo restando che i dispositivi devono essere reperibili”.

Fra le questioni poste da Rusconi, anche il ruolo di conciatori ed industriali nei progetti che, in itinere, prevedevano una compartecipazione fra pubblico e privato. In primis il Tubone. “Dovremo capire cosa saranno in grado di fare le aziende quando cominceremo ad uscire da tutto questo. Servirà tempo per capire se e come riusciremo a scongiurare una crisi di monosettore. Un ‘effetto Detroit’ sarebbe devastante”.

“Pensare ad una ripartenza e ad una riapertura delle attività dopo la fase uno dell’emergenza pandemica significa ribadire, con misure e azioni concrete, la necessità di garantire la salute di lavoratori e più in generale della popolazione” dice anche il capogruppo del centrodestra santacrocese Alessandro Lambertucci.

“Purtroppo i danni economici prodotti da queste chiusure forzate – dice ancora – sono sotto gli occhi di tutti. Non si lamenta solo chi ha, per fortuna sua, garantito uno stipendio a fine mese grazie agli ammortizzatori sociali ma anche l’intero tessuto produttivo fatto da piccole e medie imprese, dai commercianti, dagli artigiani che non può certo permettersi di rimanere ancora fermo. Così come non si può pensare di tenere chiusa l’intera filiera conciaria che è fatta si dai conciatori ma che si porta appresso l’industria chimica, meccanica, la ricerca eccetera”.

“È necessario – conclude – che si consenta la riapertura delle concerie  garantendo da un lato la ripresa della produzione e dall’altro assicurando agli operai misure di sicurezza precise e puntuali. Proseguire in questa chiusura senza tener conto delle ricadute economiche a cui si va incontro è una follia. Interesse di tutti, industriali, artigiani ed operai è quello di riprendere la produzione con protocolli di garanzia certi e severi. Nonostante le promesse, ad oggi, soldi alle imprese non ne sono arrivati e quelli promessi paiono tanto configurarsi quale ulteriore regalo alle banche  e non certo alle attività produttive. Occorre, nel rispetto delle regole e delle misure di sicurezza che sono interesse di tutti, nessuno escluso, far ripartire il paese per evitare di contare oltre ai morti di coronavirus anche quelli derivanti dalla disperazione di chi non si trova ad avere più nulla”.

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