Ciaponi: “Le ragioni del mio voto” e la sinistra per il No

Ieri vi abbiamo proposto un punto di vista sul Sì. Oggi, a poche ore dal doveroso momento di riflessione individuale, proponiamo un altro spunto di riflessione che arriva dal fronte del No. Come per il Sì anche per il No accogliamo una voce autorevole. A parlare, in toni pacati ma allo stesso tempo senza sottrarsi ad un’analisi impietosa del referendum, è una persona che gli ambienti politici della sinsitra e del centrosinsitra li ha frequentati a lungo.

 

di Osvaldo Ciaponi
In questi mesi ho avuto modo di leggere e meditare molto su questa riforma e sulla scelta da compiere. Ho ascoltato le parole e gli slogan che hanno costellato questa brutta campagna elettorale e mi sono ancor di più convinto della mia scelta di bocciare questa riforma. I motivi di merito sono quelli ben elencati nell’appello che ho sottoscritto insieme a molti altri cittadini e cittadine della nostra provincia, impegnati in quella sinistra diffusa che si trova ad essere sempre più dispersa e senza voce. In quegli argomenti ritrovo le ragioni che hanno da sempre animato la sinistra.
Ho sentito dire da troppe parti che questa è la riforma che aspettiamo da trent’anni. No, non è questa: non lo è per il modo in cui è nata, e non lo è per molti contenuti. A partire dal superamento del bicameralismo così come previsto dalla riforma, che in realtà si trasforma in un pasticcio, per non parlare dello svilimento del ruolo delle autonomie locali – tanto care alla storia della sinistra – formalmente richiamate ma nella realtà svuotate in favore di un ri-accentramento dei poteri. A chi dice “questa riforma non è un granché ma voto sì perché poi si potrà migliorare” rispondo che non si ragiona così: oggi siamo chiamati a votare su questo testo, e questo testo è pieno di contraddizioni che possono aprire la strada ad un indebolimento delle istituzioni. Infine, il mio NO è politico: in un momento in cui la democrazia fa fatica a tenere in tutti i paesi occidentali, in cui i partiti come strumenti di partecipazione sono ormai ridotti a comitati elettorali permanenti, noi avremmo bisogno di nuove forme di valorizzazione della sovranità e della rappresentanza. Invece la riforma riduce quegli spazi e allontana i cittadini dai luoghi della formazione delle decisioni.
Per questi e molti altri motivi il mio è un NO pieno di consapevolezza. È il NO di chi non si sente affatto scalfito dall’accusa di conservatorismo: quando ho avuto responsabilità di governo ho sempre provato a cambiare in meglio le cose, proprio per questo sono convinto che il cambiamento non sia una categoria neutra. Non ci si può accontentare di cambiare, se questo cambiamento non produce un effettivo miglioramento soprattutto per le categorie sociali più deboli. Per questo voto NO. E spero che dal 5 dicembre si possa finalmente tornare ad occuparsi con maggiore attenzione e con risposte – quelle sì più coraggiose e dirompenti – dei più poveri, del mondo del lavoro e della produzione, dei giovani, della giustizia sociale, della lotta alle tante disuguaglianze, che al di là della retorica sono i principali temi che dovrebbero caratterizzare una moderna sinistra di governo che sia capace di tenere testa alla sfida dei populismi che come stiamo vedendo minacciano la stabilità anche delle democrazie più mature”.

Per maggiore chiarezza, alleghiamo anche il documento che contiene l’appello al No firmato da vari esponeti del centrosinistra della provincia di Pisa e del Valdarno, oltre che dallo stesso Ciaponi, pensando in qualche modo possa chiarire le posizioni già enunciate dall’ex sindaco di Santa Croce sull’Arno, riportando in coda, così come li riceviamo, anche i nomi dei primi firmatari del documento.

La Sinistra per il NO
Cittadine e cittadini per una democrazia migliore e più partecipata
Siamo un gruppo di cittadine e cittadini che si riconoscono nei valori costitutivi della sinistra e del centrosinistra dal punto di vista sociale, culturale e politico. Alcuni di noi sono o sono stati impegnati direttamente nelle istituzioni o nei partiti, altri sono attivi nel mondo del lavoro, del volontariato civico, e più in generale in quel ricco tessuto associativo che rappresenta una delle più importanti risorse della nostra società contro il pericolo di disgregazione civile, morale e politica.
Pur con percorsi di impegno differenti, siamo accomunati da una concezione alta e nobile della politica, intesa come impegno disinteressato per il bene della comunità, come momento e strumento attraverso il quale ciascun cittadino dà il proprio contributo allo sviluppo del bene comune, secondo gli ideali di giustizia sociale, equità, solidarietà.
Ci rivolgiamo a tutte le cittadine e cittadini che in questi mesi sono oggetto di una martellante campagna elettorale fatta troppo spesso con toni altisonanti e retorici, dai quali è difficile capire il reale significato di ciò su cui ciascuno di noi è chiamato a decidere il prossimo 4 Dicembre. Siamo cittadini innamorati della nostra Costituzione e convinti che essa vada al di là di qualsiasi legame di appartenenza politica: perché i partiti passano, ma la Costituzione resta.
Crediamo che in tempi di crisi e disgregazione sociale come quelli che stiamo attraversando, con le nostre comunità sempre più piegate dalla crisi economica, dall’avanzare della povertà, della disoccupazione e del disagio, la risposta debba essere quella di rafforzare gli istituti della democrazia rappresentativa e di trovare nuove forme di partecipazione alla cosa pubblica, e non possa certo essere quella di concentrare ulteriormente il potere decisionale nelle mani di pochi, limitando la sovranità popolare.
Prima di tutto per un motivo di metodo: la Costituzione è la carta che sancisce il nostro patto sociale, va al di là delle maggioranze e delle appartenenze politico-partitiche, e per questo motivo – coerentemente con la sua storia – non può essere modificata a maggioranza. Ce lo siamo detti più volte: dopo l’errore del 2001 le forze di sinistra e centrosinistra non avrebbero più partecipato o promosso una riforma approvata a colpi di maggioranza; e invece in barba a quell’impegno solenne assistiamo nuovamente alla modifica ad opera del governo anziché dell’intero Parlamento. Se questa riforma passasse, non farebbe altro che aumentare l’instabilità istituzionale del paese, autorizzando anche in futuro qualsiasi maggioranza a rimettere mano – da sola – alla legge più importante del
nostro ordinamento.
Ma il nostro No è motivato anche da questioni di merito. Innanzitutto perché non elimina – come si vuol far credere – il bicameralismo paritario. Il Senato rimane: non dovrà esprimere la fiducia al governo, ma la situazione diventerà più complicata e potenzialmente foriera di caos istituzionale rispetto ad oggi. Infatti l’articolo 70 introduce in maniera confusa una serie di materie in cui il Senato mantiene una competenza insieme alla Camera, e così il famoso “ping pong” continuerà su molte materie, e molti saranno i casi in cui – a causa della pessima formulazione del nuovo testo – il processo legislativo si bloccherà in attesa di capire se la competenza sia solo della Camera o anche del Senato. A questo proposito occorre sfatare anche il mito secondo cui l’Italia approva poche leggi perché bloccata dal “ping pong” tra Camera e Senato: basterebbe vedere il numero di leggi approvate ogni anno dal Parlamento italiano per accorgersi che è superiore alla media delle leggi approvate nei parlamenti di gran parte d’Europa. Così come non è vero che questa riforma eliminerà la burocrazia, anzi semmai è vero il contrario, dal momento che si moltiplicano le tipologie di procedimento legislativo.
In secondo luogo questa riforma non diminuisce i costi della politica: il Senato infatti rimarrà attivo, con la sua struttura, i suoi funzionari e il suo personale. Inoltre i “nuovi senatori” (non più eletti ma nominati dai consigli regionali) beneficeranno ancora di rimborsi per trasferte, che saranno a carico del bilancio del Senato.
Nel frattempo, mentre si cambia in peggio l’ordinamento costituzionale, si toglie ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Saranno i consigli regionali a nominare il Senato (che si chiamerà camera delle regioni anche se si occuperà di tutto fuorché delle materie che interesserebbero davvero le regioni). Così, all’interno degli stessi consigli regionali ci saranno consiglieri di serie A (i nuovi senatori, che godranno anche di immunità) e consiglieri di serie B (quelli senza immunità parlamentare).
Inoltre le modifiche introdotte vanno a indebolire il ruolo del Parlamento, concentrando il potere nelle mani del governo, andando ad intervenire ancora una volta su quel delicato equilibrio tra poteri diversi da cui dipende in gran parte la qualità di una democrazia – che sopratutto in tempi come questi dovrebbe essere rafforzata e non indebolita.
È così che si va ad incidere anche sulla prima parte della Costituzione, quella che i sostenitori della riforma dicono di aver lasciato immutata: è del tutto evidente infatti che se si vanno a cambiare in maniera sostanziale alcuni degli assetti istituzionali fondamentali, si incide indirettamente anche sui principi affermati nella prima parte. Basti pensare all’articolo 1 che afferma che la sovranità appartiene al popolo, e confrontarlo con il nuovo Senato per capire gli effetti che la riforma ha anche sui principi fondamentali del nostro ordinamento. Per non parlare del ruolo delle autonomie locali, che (al di là della retorica sul “Senato delle Regioni”) dopo decenni di protagonismo tornano
ad essere “confinate” in un ruolo di comprimarie rispetto ad una concezione centralistica dello Stato, che accentra i poteri allontanando così i cittadini dai luoghi decisionali: si pensi per esempio alle tematiche ambientali, dove lo Stato avrà il potere di imporre alle Regioni (a statuto ordinario) opere ed interventi senza che esse possano far valere il proprio parere (e non si dica che questo principio serve per introdurre un criterio di omogeneità dei servizi – come quello sanitario – su tutto il territorio nazionale, perché tale principio era già previsto dall’articolo 117 della Costituzione vigente).
Il tutto è reso ancor più pesante in termini di qualità delle istituzioni dalla nuova legge elettorale (il cd italicum) che se abbinata alla attuale riforma della Costituzione produce un ulteriore squilibrio di poteri in favore di una forza politica, che finirà per conquistare con il solo 40% dei consensi (o anche molto meno in caso di ballottaggio) la maggioranza assoluta del Parlamento, finendo così per avere da sola il potere di eleggere il Presidente della Repubblica (il parlamento in seduta comune sarà più ridotto e quindi aumenterà il peso della maggioranza di governo) e i giudici della Corte Costituzionale e dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura.
Per tutti questi motivi crediamo che sia necessaria una forte mobilitazione a sostegno del NO. Una mobilitazione che sappia parlare con semplicità alle persone, che sappia superare slogan artificiosi costruiti per solleticare l’antipolitica o illudere cittadini, o gli scenari apocalittici fatti per spaventare (tranquilli: se vince il NO l’Italia non verrà invasa dalle cavallette). Una mobilitazione che sappia ripartire dalle reti di rapporti sul territorio, compensando così la enorme disparità di mezzi e di potere che c’è tra noi e chi sostiene la riforma. C’è insomma bisogno di quel popolo di sinistra, di quella sinistra diffusa, oggi sempre più abbandonata a se stessa ma desiderosa di ritrovarsi attorno a dei valori fondanti, ben rappresentati dalla nostra Costituzione. Ognuno anche stavolta si deve sentire chiamato a dare il proprio contributo, in modo da essere in tanti il 4 Dicembre a votare NO.
I primi firmatari
Puccinelli Massimo (Bientina); Balducci Irene (Buti); Baroni Francesco (Buti); Pratali Giacomo (Buti); Serafini Roberto (Buti); Stefani Sergio (Buti); Cerrai Sondra (Calci); Franchi Fabiola (Calci); Lonati Stefano (Calci); Deiana Maria Luisa (Calci); Bassi Ardy (Calci); Bogino Cinzia (Calcinaia); Toncelli Alessandro (Calcinaia); Toncelli Fabio (Calcinaia); Toncelli Andrea (Calcinaia); Doveri Ascanio (Capannoli); Masala Katia (Cascina); Catelani Giorgio (Cascina); Bonciolini Danilo (Castelfranco di Sotto); Pardossi Cristian (Castelfranco di Sotto); Turini Graziano (Castelfranco di Sotto); Vanni Isa
(Castelfranco di Sotto); Carpenè Ettore (Livorno); Nanni Sergio (Montecatini Val di Cecina); Filippi Aldo (Montopoli Valdarno); Lorenzo Giovanni (Montopoli Valdarno); Matteoli Damiano (Montopoli Valdarno); Novino Giuseppe (Montopoli Valdarno); Vanni Sandro (Montopoli Valdarno); Arrighetti Teresa (Pisa); Dell’Omodarme Antonio (Pisa); Fabbrini Daniela (Pisa); Fabiani Fabio (Pisa); Falchi Mauro (Pisa); Fichi Veronica (Pisa); Luperini Adriana (Pisa); Pandolfo Mario (Pisa); Gori Carlo (Pisa); Geloni Laura (Pisa); Iannuzzi Rossella (Pisa); Valenza Alessandro (Pisa); Costa Tommaso (Ponsacco); Ghelli Carlo (Ponsacco); Guerrazzi Barbara (Ponsacco); Calloni Paolo (Pontedera); Ferdani Gianni (Pontedera); Martinelli Roberto (Pontedera); Pertici Pietro (Pontedera); Romiti Cinzia (Pontedera); Tardini Alberto (Pontedera); Viganò Massimo (Pontedera); Cionini Angela (San Giuliano Terme); D’Alessandro Cono (San Giuliano Terme); Marchetti Franco (San Giuliano Terme); Panattoni Paolo (San Giuliano Terme); Sbrana Juri (San Giuliano Terme); Torti Cristiana (San Giuliano Terme); Bagni Piero (San Miniato); Bartoli Marzia (San Miniato); Cavallini Laura (San Miniato); Frosini Angelo (San Miniato); Graziano Andrea (San Miniato); Lupi Francesco (San Miniato); Mainardi Loris (San Miniato); Magozzi Daniela (San Miniato); Abedin Osmani (Santa Croce sull’Arno); Bellini Alessio (Santa Croce sull’Arno); Bellini Alessandro (Santa Croce sull’Arno); Bertelli Elisa (Santa Croce sull’Arno); Ciaponi Osvaldo (Santa Croce sull’Arno); Ciaponi Sebastiana (Santa Croce sull’Arno); Lupi Alessandra (Santa Croce sull’Arno); Pazzagli Rossano (Suvereto); Marinelli Marcello (Vecchiano); Casalini Massimiliano (Vicopisano); Picchi Aldo (Vicopisano); Bartaloni Cesare (Volterra).

 

 

 

 

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