Pieroni: “Basta a fratture e localismi”. Il Pd secondo Letta sarà permeabile, “prossimo” e dialogante

Non solo tra le correnti. L'obiettivo è "Ridare voce, ruolo e dignità agli iscritti e ai simpatizzanti"

Per la provincia di Pisa, il ritorno sulla scena politica nazionale di Enrico Letta potrebbe apparire come una situazione già vissuta in quel lontano 2013, quando il politico pisano fu incaricato di formare un governo che poi venne rapidamente liquidato dall’onda renziana. A livello locale, quell’esperienza si risolse in una perdita di posizioni da parte dei lettiani pisani, che fino a poche settimane fa sono sopravvissuti come una minoranza, compatta al suo interno, ma pur sempre come una minoranza all’interno del Pd pisano e toscano.

Questa volta però, la storia potrebbe avere in serbo altri sviluppi. Intanto perché il contesto politico nazionale è ben diverso da quello del 2013. L’onda renziana sembra essersi definitivamente infranta sullo scoglio delle elezioni regionali, che se non hanno arriso ai lettiani, hanno penalizzato ancora di più i candidati di Italia Viva. Un contesto diverso perché la situazione politica nazionale è profondamente mutata e perché i ruoli degli attori sono cambiati: Letta ora è alla guida del partito nazionale e sembra essere in continuo dialogo con il governo Draghi, mentre Renzi al momento è un senatore e leader di un partito che, dopo l’ultimo sgambetto al governo Conte, sembra avere perso smalto.

A livello locale la situazione è altrettanto mutata, anche rispetto al risultato delle Regionali dove, merita ricordarlo, Antonio Mazzeo e Alessandra Nardini avevano polarizzato il voto degli elettori Pd con risultati estremamente lusinghieri, uno ponendosi come referente di un voto di centrosinistra moderato all’interno del Pd e l’altra facendo leva sull’elettorato tradizionalmente più a sinistra, area che in quel momento controllava anche la segreteria nazionale del partito con Zingaretti. Adesso dovranno fare i conti con un partito dove i rapporti di forza nella segreteria nazionale sembrano essere cambiati e, come ha fatto intendere Letta, c’è da riorganizzare il Pd per ridargli spinta e idee.

Inevitabilmente questo potrebbe comportare un riposizionamento di molti a tutti i livelli non solo tra gli elettori. Chi non avrà bisogno di riposizionarsi di sicuro è il consigliere regionale del collegio pisano Andrea Pieroni, da sempre amico personale di Letta e referente dell’attuale segretario del Pd sull’area pisana e sulla Toscana. Insieme a lui non dovrà riposizionarsi la pattuglia dei sindaci lettiani, rimasti fedeli all’area centrista a cominciare dal sindaco di Castelfranco di Sotto Gabriele Toti e dal primo cittadino di Palaia Marco Gherardini.

Pieroni e gli altri sicuramente adesso avranno nel percorso di rilancio del Pd pisano un ruolo strategico, che non sarà dato tanto dalle amicizie o altri rapporti personali, quanto dal fatto di essere sempre rimasti fedeli alla linea dell’attuale segretario del partito. A differenza di altri esponenti politici infatti, loro possono vantare un’identità e una coerenza che non è mai stata in funzione della cariche, infatti sono sempre stati lettiani anche quando poteva essere una posizione scomoda. Abbiamo cercato di capire, parlando proprio con Andrea Pieroni, quali potrebbero essere a livello locale gli sviluppi dell’attuale situazione politica.

Letta al vertice della segreteria nazionale del Pd cosa comporterà e come si declinerà sul territorio pisano?

I tratti della segreteria di Enrico sono caratterizzati da determinazione e chiarezza di idee. Il punto centrale dell’azione politica è ricostruire il tessuto del partito nei territori. Lui ha parlato di ‘prossimità’ del partito, quindi ridare voce, ruolo e dignità agli iscritti e ai simpatizzanti. Questo anche al fine di smontare le cosiddette correnti e componenti, che oggi non sono più luoghi di elaborazione culturale e politica ma sono essenzialmente filiere funzionali all’occupazione di spazi e alla gestione del potere. Quindi in buona sostanza credo che la segreteria di Letta determinerà un rimescolamento forte anche degli attuali assetti interni del partito a tutti i livelli non solo nazionali ma anche locali.

Quindi come volete modificare il Pd di Pisa? Da qui a qualche mese o anno che partito immagina?

Immagino un partito che torni ad ascoltare la gente nelle difficoltà quotidiane, aggravate naturalmente dalla pandemia e dalla crisi economica, che si faccia carico del disagio sociale che questa situazione sta determinando, che torni a essere interlocutore del cosiddetti corpi intermedi, cosa che invece la gestione Renzi aveva smontato. Penso a un partito che sia in grado di parlare con le realtà economiche, con il terzo settore, con il mondo sindacale: noi abbiamo il compito di essere interlocutori degli attori sociali, economici e produttivi del Paese. Le energie migliori sono lì. Vanno sostenute, incoraggiare. Quindi penso ad un partito che sia una realtà più permeabile, che è in grado di ascoltare, ma che dà anche risposte. L’ascolto da sé non basta: bisogna poi far tesoro di quello che si ascolta, provare a costruirci sopra a ciò che ci è stato detto, delle proposte di politiche innovative.

Non solo penso un partito che ridà dignità agli iscritti anche nella modalità con cui si svolge la vita interna, compresa la modalità dei congressi o delle primarie per la scelta del segretario che oggi è un percorso in cui la partecipazione degli iscritti è un po’ svilita. Ciò non toglie che il partito debba esser comunque una realtà aperta, dialogante e inclusiva. Un partito che non abbia paura di affrontare le sfide future anche in termini sociali, civile ed economico. Tra gli altri temi che Enrico ha messo in campo con forza c’è quello dell’equilibrio di genere e dei giovani, elementi che stanno a segnalare la volontà di un’inversione di tendenza forte. Soprattutto il tema dei giovani e del voto a 16 anni, pur nel suo essere provocazione, rappresenta una chiara volontà di guardare al futuro. Ad esempio ci sono temi che il partito ha smesso di affrontare lasciandoli ad altri gruppi. Penso alla crisi demografica e alla denatalità, una questione che spesso viene lasciata ai cattolici ma deve essere un tema che coinvolge tutto il Paese che sta invecchiando in senso di prospettive e potenzialità.

Uno dei temi su cui oggi tutti si interrogano e che spesso a livello anche locale c’è quasi un certo timore ad affrontare vista la situazione innescata dal covid è quello economico, inteso come aziende e posti di lavoro. Nel Distretto si teme che allo scadere del blocco dei licenziamenti si possa perdere parte dei livello occupazionali. A livello locale cosa pensa di fare il Pd alla luce anche delle indicazioni date dalla segreteria nazionale?

Il nostro, quello conciario, è uno dei distretti avanzati a livello italiano che è ancora capace di attrarre investimenti da altre regioni, qui si concentra una capacità produttiva, delle competenze e un saper fare certi prodotti che è patrimonio da preservare anche perché non è facile sostituire le persone che hanno queste competenze, nonostante il percorso intrapreso dal mondo della scuola e a cominciare dal Cattaneo e Poteco per formare competenze e maestranze. Si dovranno quindi trovare strumenti per salvaguardare una forza lavoro che è portatrice di competenze ed esperienze qualificate, perché quando il mercato ripartirà, queste competenze saranno fondamentali, bisognerà pensare a misure di sostegno per ammortizzare una fase critica. La nostra manodopera è altamente specializzata, qui ci sono lavoratori fondamentale per sostenere la ripresa. Quindi al momento in cui la produzione riparte bisognerà aver pensato a strumenti di accompagnamento alla ripresa, per non disperdere le competenze che qui abbiamo creato. Alla fine, mi viene in mente una riflessione: se le firme arrivano qui entrano nelle aziende e investono, significa che qui hanno trovato un substrato interessante. Qui c’è un presidio del made in Tuscany, che è un valore aggiunto che nessuna altra realtà produttiva al mondo potrà sottrarci, anche per i presupposti etici che questo comporta.
Nel partito che ha in mente Letta c’è una particolare attenzione alle aziende e al mondo economico anche a livello locale. In economia questa vicenda del covid ci ha dimostrato che la funzione dello Stato è fondamentale nel garantire servizi essenziali.

L’esperienza del covid 19 in questi giorni, ma anche nei mesi scorsi, se vene fosse Stato bisogno, ha dimostrato che il nostro assetto istituzionale presenta della criticità e dei conflitti di interessi tra i vari livelli dello Stato. In che modo pensa che il Pd guidato da Letta indirizzerà il superamento di questi problemi?

“L’assetto istituzionale del Paese, a cominciare dallo Stato per arrivare fino ai comuni, va rivisto. Il nostro regionalismo è comunque una via di mezzo che presenta anche della lacune ed è spesso motivo di conflitto con lo Stato.
La riforma del Titolo Quinto è fonte di conflitti istituzionali e di competenze. E’ chiaro che i comuni dimostrano di essere la frontiera avanzata dello Stato e il volto di prossimità dello Stato, il ruolo dei comuni quindi va rafforzato. La mia idea è che le regole non possono valere allo stesso modo per i grandi comuni e per i piccoli comuni. Il comune di Orciano Pisano non può soggiacere alle stesse regole della provincia di Roma. Inoltre credo che si debba puntare alla semplificazione.
Semmai oggi è il tempo in cui anche le riforme di Bassanini vengano rilette, perché il potere amministrativo è passato in mano alle strutture burocratiche. Oggi c’è una difficoltà nel tradurre l’azione amministrativa in fatti concreti perché rendono vischiosa e rallentano i passaggi decisionali. La filiera istituzionale forse dovrà essere riorganizzata.

I lettiani oggi non sono molti in Italia e in provincia di Pisa: chi sono i soggetti con cui dialogherete nel percorso che il segretario sembra voler intraprendere?

I lettiani non sono organizzati nel partito anche perché Letta sciolse praticamente la sua corrente. Essere lettiani oggi significa condividere una modalità di far politica che non sia né arrogante né presuntuosa, ma al contrario deve essere sia dialogante che costruttiva. Significa inserire il riformismo in una concezione della società che comunque presidia i valori fondamentali che scaturiscono dalla nostra Costituzione. Enrico vuole smantellare le correnti, quindi non possiamo essere noi a organizzarne una: il mio auspicio è che tutto il partito diventi in questo senso “lettiano”, che tutto il partito provi a costruire una nuova realtà politica. Come ha detto Letta stesso, non serve un nuovo segretario ma un nuovo partito che condivida le proposte e il metodo che Letta sta utilizzando in questa prima fase.

La provincia di Pisa diventerà una piazzaforte lettiana così come Firenze è stata un avamposto renziano?

Letta e il suo modo di fare politica hanno una dimensione nazionale ed europea: non è uomo che coltiva i localismi e non lo facciamo neppure noi che gli siamo rimasti vicini.
Per formazione per storia ed esperienze, Letta ha una cultura europea, quindi non sarà lui ad alimentare piazzeforti e localismi, anzi credo che sia da ridimensionare questo concetto. Si ragiona tanto della Toscana a due velocità che oggi tutti riconosciamo che nell’epoca di Renzi si è accentuata in favore dell’area centrale fiorentina e oggi bisogna fare un percorso inverso. E la prima uscita di Enrico Letta sui temi sensibili di questo territorio, sul tema del collegamento ferroviario veloce tra Pisa e Firenze testimonia proprio la sua visione di superare le differenza tra aree. Oggi non è tempo di costruire le piazzeforti, è tempo di aprire i territori a visioni più ampie e che proiettino la provincia italiana verso la dimensione europea.

Andrea Pieroni, da molti anni vicino a Letta, che ruolo giocherà in provincia di Pisa?

Mi impegnerò per facilitare e rendere concreta nel territorio l’idea che Enrico ha del nuovo Partito Democratico. Uno degli obiettivi è superare l’epoca del renzismo, che ha creato divisioni sfrenate e fratture nel tessuto del partito. La varie anime del partito devono diventare dialoganti per trovare le soluzioni migliori per il territorio: alla fine è sempre meglio avere posizioni chiare e distinte, anziché un animismo che copre divari incolmabili. Penso a un Pd in cui la dialettica tra posizioni differenti sia una ricchezza che converga in un’unità di intenti riuscendo a tenere insieme e fare sintesi tra le legittime differenze di posizioni.

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